Uno studio medico

Dovrà risarcire l’Azienda sanitaria locale Umbria 2 di Terni per oltre 33 mila euro una dottoressa del reparto di Ginecologia che, nel 2013, ha effettuato un intervento su una paziente con un consenso informato definito dalla Corte dei conti «generico» e «non valido».

La vicenda Tutto inizia dai dolori provati al risveglio della paziente dopo un’operazione. La donna avrebbe dovuto sottoporsi a una laparoisterectomia totale ovvero un intervento chirurgico che «prevede la rimozione completa dell’utero». Tuttavia, una volta iniziata l’operazione la situazione si complica per via di una cisti di 6 centimetri non ovarica. E che anzi si trova «a livello del retroperitoneo nello spazio retto-sacrale». La ginecologa dunque consulta d’urgenza uno specialista di Chirurgia generale. La rimozione non è affatto semplice a causa della presenza di «numerosi vasi venosi» che vengono chiusi dal medico con delle clips metalliche. Non appena sveglia, la paziente lamenta «una sciatalgia acuta sinistra» poi «trattata con terapia farmacologica». Tuttavia «senza evidenti segni di miglioramenti». L’anno successivo, la donna viene sottoposta a un secondo intervento per rimuovere le due clips, che però non attenua i forti dolori.

Le accuse A questo punto, la Procura contesta ai sanitari, sulla base di una relazione medico-legale, di aver causato una grave lesione nervosa per colpa grave durante l’intervento, che ha portato poi a un dolore cronico persistente. Viene anche contestata la «mancata acquisizione del consenso informato, preliminare all’intervento chirurgico, non risultando nella modulistica allegata alla cartella clinica alcuna informazione delle procedure chirurgiche da porre in atto, né la menzione dei possibili rischi e delle complicanze».

Decisione della Corte La Procura ha chiesto per i due medici un risarcimento, in quote eguali, di 66 mila euro: 60 mila corrisposti direttamente alla paziente e 6.547 euro «relativi ai compensi riconosciuti al difensore patrocinante l’Azienda sanitaria nell’ambito del procedimento di accertamento tecnico preventivo svoltosi innanzi al Tribunale di Terni». La Corte dei conti dell’Umbria ha stabilito che, nel caso della ginecologa e della questione del consenso informato, è risultato «essere stato oltrepassato dal trattamento sanitario il limite assentibile sulla base del consenso informato effettivamente fornito alla paziente – in quanto l’atto sanitario proposto non comprendeva l’estrazione della cisti di natura diversa da quella, in ipotesi, ovarica». Dunque «l’operatore che a tanto dava causa (la ginecologa ndr) è tenuto a rispondere del danno erariale». La dottoressa dunque è stata condannata a risarcire l’Azienda sanitaria per 33 mila euro. Mentre sono state rigettate le richieste avanzate dalla Procura nei confronti del medico di Chirurgia generale, che è stato così assolto.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.