Il medico legale Sergio Scalise Pantuso

di Enzo Beretta

Una lunga sorsata di birra. Poi la confessione: «Ho fatto una cazzata, ho ucciso per la seconda volta nella mia vita. Stavolta ho buttato Danielle dalle scale». Sono passate da poco le 10.38 quando Renate Kette, 53 anni, albanese, scende dal primo piano del civico 50 di via Oberdan per raccontare ad una commerciante l’uccisione di Danielle Chatelain, 72 anni, la madre della sua ex compagna.

I soldi rubati per la birra «Danielle lo implorava di non farle del male – ha raccontato la negoziante alla polizia – ma lei le ha sbattuto la testa contro il pavimento». Lei, Renate Kette, apolide conosciuta nel quartiere con il nome maschile di Tito, rimasto in carcere per ordine del giudice Lidia Brutti che oggi ha convalidato il fermo, aveva già avvisato il 112: «Venite in via Oberdan, ho fatto un casino, mi sa che ho ucciso una persona… dai, sono qui fuori, mi sto consegnando…». Quella birra se l’era comprata con i soldi rubati nella borsa di Danielle, ormai cadavere, distesa sul pavimento bocconi in una pozza di sangue e la faccia devastata.

FOTOGALLERY DA VIA OBERDAN

I gioielli e il tentativo di strangolamento Viveva ormai nel terrore, da qualche tempo, Danielle, a causa di Renée che – secondo alcune testimonianze raccolte dalla polizia – si sarebbe approfittata della generosità della compagna, morta a febbraio per una malattia, e dell’ospitalità dell’anziana che non lo sopportava più. I comportamenti si erano fatti sempre più violenti ma mai nessuna denuncia era stata fatta alle forze dell’ordine. Ora, però, spuntano storie di gioielli presi di mira, pretese di denaro e di un recente presunto tentativo di strangolamento avvenuto solo sei giorni prima dell’omicidio quando la 72enne era corsa a rifugiarsi a casa di amici. Renate – è ancora il senso di una testimonianza – pretendeva di comandare in quella casa in via Oberdan, rubava soldi, buttava il cibo quando non lo gradiva, si ubriacava. Una situazione dalla quale Danielle sperava di uscire trasferendosi in un altro alloggio a Ferro di Cavallo. Non la voleva più con sé e aveva perfino cambiato la serratura della porta del nuovo appartamento messo a disposizione dal Comune. Il clima di soggezione e di paura era aumentato quando Danielle le aveva specificato a chiare lettere: «Non ti voglio più con me».

IL VIDEO IN VIA OBERDAN

Efferato delitto a mani nude Secondo il giudice il comportamento di Renate dopo l’omicidio, quando si reca nel negozio sotto casa con una birra in mano, denota un’insensibilità fuori dal comune. Per la Brutti l’indole della Kette è straordinariamente violenta: ha ucciso a mani nude, con modalità efferate e per futili motivi. Perché – secondo il magistrato – non accettava di perdere il beneficio di essere ospitata e mantenuta dalla madre della sua compagna.

Il laccio insanguinato Alcuni aspetti della vicenda devono ancora essere messi a fuoco. La Scientifica tornerà sul luogo del crimine mentre l’autopsia del medico legale Sergio Scalise Pantuso aiuterà a chiarire anche il ruolo di un laccio insanguinato repertato in cucina. Quell’elastico di indumento, forse di una tuta, potrebbe essere stato utilizzato durante l’omicidio? Con quel laccio – ha minimizzato l’indagata – ci giocavano i gatti.

Omicidio culmine delle violenze Non si è trattato di una lite episodica – ricostruisce il gip – perché le discussioni e le presunte violenze ormai andavano avanti da settimane. Forse mesi. Il giudice è convinto che l’omicidio rappresenti il culmine delle prevaricazioni, fisiche e psicologiche. Quando la commerciante ha chiesto a Renate Kette di chiamare l’ambulanza, nel tentativo di salvare la povera Danielle, le è stato risposto che era inutile perché l’anziana era già morta. In quel momento Renata (difeso dall’avvocato Saschia Soli) stringeva tra le dita una bottiglia di birra. Acquistata coi soldi della vittima, presi dalla borsa subito rimessa a posto. Il cadavere era lì, a pochi passi. Un’insensibilità – conclude il gip – fuori dal comune.

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