Il funerale di Ovidio Stamulis (Foto U24)

di Ivano Porfiri e Maurizio Troccoli

Un punto interrogativo bianco su un quadrato nero. Perché Ovidio è morto così? Chi lo ha permesso? Chi poteva impedirlo? In quel simbolo che tanti amici del 17enne ucciso a Pietrafitta dal patrigno una settimana fa tutto lo sgomento e il dolore di chi non riesce a darsi una spiegazione.

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Morto come Gesù Ci ha provato il vescovo Gualtiero Bassetti, nel corso del funerale che si è svolto nella piccola frazione di Piegaro. Ha paragonato Ovidio a un bimbo ebreo impiccato in un lager nazista, al «servo sofferente» descritto da Isaia, a Gesù morto in croce. E ha chiamato tutti ad assumersi le proprie responsabilità, prima ancora che ad affidarsi a Dio. Troppa era la gente che è voluta accorrere a salutare Ovidio, chiuso nella bara bianca coperta di fiori. Troppa per il gazebo all’aperto allestito fuori dalla chiesa. C’era la gente di Pietrafitta, avvolta nel mantello nero che Ovidio indossava a teatro, c’erano i suoi amici del Capitini (venuti con tre pullman) indossando una maglietta con scritto: «Tu sei la voglia di sorridere che non ci lascerà mai», c’erano gli insegnanti, le autorità. E soprattutto, in prima fila,  c’era la mamma: sola nel suo straziante dolore.

Il sorriso di Ovidio Il coro, i fiori, i palloncini bianchi e azzurri. Per ricordare il sorriso leggero di questo ragazzo sfortunato. La sua vita, cominciata in un tunnel di sofferenze è finita proprio nel momento in cui stava per vedere una luce, abbandonando quella casa di violenze, per ricominciare. Lungo quel sentiero buio, come riferiscono tutti coloro che a Pietrafitta hanno pianto lacrime amare, Ovidio camminava con un sorriso, tendendo la sua mano. Aiutando, lui che aveva tanto bisogno di aiuto.

La brutalità umana «Carissimo Ovidio – ha detto il vescovo nella sua omelia – a te che ora vivi in pienezza di luce e di amore, nella casa di Colui che tutti noi chiamiamo Padre nostro, noi che con fatica siamo chiamati a continuare il nostro cammino, guardiamo con fiducia e ti diciamo grazie. Grazie per il tuo sorriso per la tua persona delicata e attenta, per il tuo cuore grande. E desideriamo tutti impegnarci perché anche nella nostra vita quotidiana possano sempre fiorire quei valori nei quali tu hai profondamente creduto e sperato».

Un cuore grande Bassetti ha ricordato come «Ovidio era ricco di umanità, aveva un cuore grande: la sofferenza, le incomprensioni, i drammi, che già si erano abbattuti sulla sua giovane esistenza, non avevano distrutto il suo desiderio di vivere, anzi lo avevano reso ancora più capace di comprendere gli altri e di amarli con tutto se stesso. La sua maturità umana era maggiore rispetto a quella dei coetanei. E nella scuola, l’Istituto Tecnico Economico Statale “Aldo Capitini – Vittorio Emanuele II” di Perugia, chi non lo conosceva? In un Istituto di più di ottocento alunni può essere facile passare i giorni in un relativo anonimato, ma Ovidio lasciava, a suo modo, il segno: con la sua sorridente solarità, col suo entusiasmo per la vita scolastica, con la sua ricerca di relazioni positive con tutti: dalla preside ai professori, ai compagni. Un giovane normale, che non fa chiasso, che non fa rumore, ma dignitoso, con un vissuto autentico, come quello di tanti di voi, carissimi ragazzi».

Il dolore di don Fabrizio E la scuola, ha sottolineato il vescovo, «aveva risposto a queste sue attese: i suoi professori ricordano le sue confidenze, le sue paure, le sue curiosità… ascoltava attento (così mi ha detto il suo insegnante di religione) poi sorrideva e tornava al suo banco. A casa, non solo studiava, ma aiutava la mamma  –  questa donna da una settimana pietrificata dal dolore come Maria ai piedi della croce -, poi era impegnato nella parrocchia, la sua vera casa, nel teatro, nel servizio del prossimo, soprattutto degli anziani, e dei ragazzi più piccoli, così lo ricorda il suo parroco, don Fabrizio, anch’egli distrutto dal dolore, e tutto il paese di Pietrafitta che l’aveva adottato come un figlio».

Nessuno si senta escluso «La morte di Ovidio ci coinvolge tutti, nessuno escluso – ha rimarcato Bassetti -: c’è a monte la nostra società ammalata; il nostro modello di convivenza debole; le nostre relazioni umane povere; la famiglia con tutte le sue ferite e fragilità; i nostri ordinamenti, spesso soffocati dalla burocrazia; la mancanza di amore nei nostri rapporti quotidiani; e, infine, la tentazione, dalla quale tutti noi possiamo essere assaliti, di ritirarci nel privato. E tutto questo dovrebbe spingerci ad un approfondito esame di coscienza».

Il vescovo ha infine dedicato a Ovidio una poesia di Nazim Hikmet, che lui, qualche tempo fa regalò ai suoi professori, dove sono espresse le sue convinzioni più profonde: Ovidio, nonostante tutto, credeva nell’uomo.

“Prima di tutto l’uomo” (di Nazim Hikmet)

Non vivere su questa terra
Come un estraneo
E come un vagabondo sognatore.
Vivi in questo mondo
Come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia
Tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani, ti dia gioia l’uomo!

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