di Enzo Beretta

Depositate questa mattina dai giudici della Corte d’appello di Perugia le motivazioni della sentenza sul caso di Alma Shalabayeva che il 9 giugno aveva portato all’assoluzione con formula piena di tutti gli imputati accusati di sequestro di persona per le presunte irregolarità legate al rimpatrio della moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa nel 2013 in Kazakhstan insieme alla figlia Alua. Tra loro gli ex capi della squadra mobile e dell’ufficio immigrazione della questura di Roma, i superpoliziotti Renato Cortese e Maurizio Improta. 

CORTESE: «QUESTO PROCESSO NON SI SAREBBE DOVUTO NEPPURE CELEBRARE»

345 pagine La sentenza d’appello di 345 pagine (giudice estensore Paolo Micheli) ha ribaltato quella di primo grado per la quale erano stati condannati anche Luca Armeni, Francesco Stampacchia, Vincenzo Tramma e Stefano Leoni.

«Nessun falso» «Non ci fu alcun falso perché non venne mai nascosto che la sedicente Alma Ayan era in realtà, comunque si chiamasse, la moglie del ricercato Ablyazov». Secondo la Corte i poliziotti hanno sempre portato a conoscenza dei loro interlocutori – primio tra tutti i magistrati di Roma e il prefetto che firmò il provvedimento di espulsione -ciò che sapevano, ossia che quella donna era la moglie del ribelle kazako, anche se si ostinava a presentarsi dietro un passaporto centroafricano palesemente falso. Secondo i giudici l’espulsione è stata dunque «legittima» e non si trattò di un sequestro di persona.

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