tribunale perugia
Un'aula del tribunale

di En.Ber.

Pistola puntata sulla schiena dell’ex moglie costretta a dormire sul tappeto. Minacce, morsi e botte col mattarello. Perfino uno schiaffone nella sala colloqui del carcere perché la donna si era tolta la fede. Sono queste le «reiterate manifestazioni di violenza fisica e psicologica» che hanno portato a processo un quarantenne lucano rinviato a giudizio per maltrattamenti in famiglia. Il decreto che dispone il giudizio – al 12 luglio 2017 – è firmato dal gup Lidia Brutti. Nelle carte il pm Mara Pucci racconta un «clima di terrore e soggezione che rendeva intollerabile la prosecuzione della convivenza familiare», anche perché alcune liti sono avvenute alla «presenza del figlio minore».

«Se non torniamo insieme ammazzo tua madre» Nel corso delle indagini la Procura ricostruisce una serie di episodi che sarebbero avvenuti tra il 2011 e il 2013. L’imputato (difeso dall’avvocato Barbara Romoli) è accusato di aver «intimato» alla persona offesa di proseguire la relazione sentimentale. Oltre alle telefonate in una circostanza la donna è stata «afferrata per il collo» e con una «pistola alla schiena» sono iniziate le minacce: «Se stasera non torni con me ammazzo tua madre». In denuncia è stato spiegato pure che sarebbe potuta «bruciare l’auto del padre» ed «esplodere il bombolone del gas della casa del fratello» della vittima, «picchiata selvaggiamente con calci, morsi, pugni e tirate di capelli». Quindi l’umiliazione: «Costretta a dormire sul tappeto».

Le finestre chiuse e le percosse col mattarello Il racconto prosegue: «Dopo avermi aggredita mi impediva di ricorrere alle cure sanitarie agganciando le persiane col filo di ferro». Nell’estate 2012 sono arrivate perfino le percosse col mattarello: «Mio fratello era ricoverato in ospedale ma mio marito mi ha vietato di andare ad assisterlo, mi ha detto ‘Ti faccio vedere io cosa significa stare in ospedale con le gambe rotte’». L’inferno continua e durante l’ennesima aggressione la donna fugge e trova rifugio nel sottoscala ma rimane «chiusa per due ore». Sembrano non finire le minacce: «Se continui a frequentare la casa dei tuoi genitori – le avrebbe detto mostrandole la pistola – ti uccido».

Lo schiaffo in carcere Nel gennaio 2013 l’imputato è in carcere per rapina. Nonostante i precedenti la moglie va a trovarlo ma durante la visita viene presa a schiaffi nella sala colloqui perché non indossa la fede nuziale al dito: «Se venerdì ti presenti ancora senza fede – avrebbe sussurrato – scendo con le lamette e ti sfregio il viso». La poveretta accusa un malore e interviene il medico.

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