di Francesca Marruco
Una nuova perizia, che potrebbe rimettere tutto in discussione. E’ quanto ha stabilito e disposto la Corte d’Appello di Perugia, presieduta dal giudice Giancarlo Massei, nell’ambito del processo d’appello al professor Grignani, che nel dicembre del 2007 era primario del reparto di psichiatria di Perugia, in cui morì Luca Gambini, a quell’epoca ricoverato nella struttura.
In primo grado, con rito abbreviato dinanzi al gup Paolo Micheli, il professore venne condannato a otto mesi di reclusione.
Appello Dopo quella condanna, ritenuta «troppo bassa» dai familiari del ragazzo morto, il professor David Brunelli ha fatto ricorso in appello per cercare un’assoluzione del suo assistito. Martedì, davanti alla Corte d’Appello, Brunelli ha chiesto anche una nuova perizia medico scientifica per stabilire una volta per tutto cosa ha ucciso Luca Gambini.
Parte civile Per la famiglia, parte civile con l’avvocato Carmelita Cosentino, senza contare le lungaggini della giustizia che celebra il secondo grado di giudizio sette anni dopo quella morte con la prescrizione che incombe, fino ad ora non ci sarebbe stata piena verità. Perché, lo dicono senza tanti giri di parole la mamma di Luca e la sorella Cristina: «La sua unica colpa era quella di essere malato, non hanno fatto nulla per salvarlo. Lo hanno fatto dormire e non gli hanno fatto neanche una banale lavanda gastrica».
Le perizie Secondo quanto ricostruito fino ad ora, Luca sarebbe morto per overdose da metadone. Lo stabilirono i medici nominati dal giudice in primo grado, ricusati dai legali dell’imputato. Tuttavia, sui reperti del povero Luca si sono cimentati più periti: la tossicologa Paola Melai, la prima che li analizzò, riscontrò, oltre al metadone anche parecchie benzodiazepine, ( che Luca assumeva normalmente come terapia farmacologica).
La nuova perizia Adesso invece i periti di parte dell’imputato, nelle more del processo, hanno esaminato nuovamente i reperti e avrebbero isolato una presenza massiccia di Zolpidem nello stomaco, un ansiolitico ipnotico che può condurre alla morte e che secondo i periti di parte sarebbe stato assunto un ora e mezza prima della morte. I periti del giudice tornarono a puntualizzare che loro questo farmaco non lo avevano trovato nella prima perizia effettuata sui reperti prelevati dal cadavere del povero Luca, e dissero che concentrazioni così alte come risultavano ai periti di parte, erano ‘asurde’ e impossibili da giustificare.
Le due ricostruzioni Le due versioni sono queste: la difesa dell’imputato sostiene che dopo 19 ore dall’assunzione, la morte di Luca non può essere attribuita al metadone (che in media agisce in un tempo più breve), ingerito perché Luca lo sottrasse dal carrello di un infermiere ( assolto in primo grado) e visto che il primario sostiene di aver ordinato controlli continui agli infermieri, ritiene di aver fatto il suo dovere. Il gup Paolo Micheli, seppure con una pena molto più bassa dei due anni e otto mesi chiesti dall’accusa, però ritenne che il primario non aveva fatto abbastanza e che avrebbe dovuto disporre controlli più frequenti per scongiurare l’overdose.
Scenari Nel caso in cui ad essere letale sia stato l’altro farmaco trovato dai periti della difesa, andrebbe rivisto tutto. La decisione della Corte d’Appello, arrivata dopo oltre due ore di camera di consiglio, ha accontentato un po’ tutti: sia difesa che parte civile, sono infatti convinti che una nuova perizia potrà solo portare maggiore chiarezza. Si torna in aula l’otto luglio per il conferimento dell’incarico ai periti. E forse con una nuova analisi superpartes che potrebbe mettere dei punti fermi, la famiglia potrà sperare di trovare un senso a tanto dolore.
