Il tribunale penale di Perugia (Foto F. Troccoli)

di Fra. Mar.

Fatture inesistenti o gonfiate per milioni di euro, ritenute non versate per cifre da capogiro. Sono queste le contestazioni che all’ex presidente della Sirio Perugia campione d’Europa, Alfonso Orabona, potrebbero valere un rinvio a giudizio da parte del giudice per l’udienza preliminare Andrea Claudiani di Perugia a cui il pubblico ministero Claudio Cicchella ha chiesto proprio il processo per Orabona e altre due persone. Per tutti loro il giudice deciderà il 29 maggio prossimo.

Accuse Iacone Insieme ad Orabona, nelle carte della procura, indicato come, «amministratore di fatto dell’Associazione sportiva pallavolo Oasi», c’era anche Carlo Iacone, «legale rappresentante della Pallavolo Sirio Spa poi denominata Promosport Perugia Srl»( deceduto): i due «con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, al fine di consentire alla Sirio l’evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto emettevano fatture soggettivamente inesistenti» intestate alla Pallavolo Oasi per 2.957.500 euro.

Fatture Al solo Orabona invece, l’accusa contesta l’ emissione di «fatture per prestazioni del tutto o in parte inesistenti» per 260mila e 194milaeuro. Quale legale rappresentante della titolata società di volley perugina, per la procura avrebbe «omesso di versare nei termini previsti per la dichiarazione annuale le ritenute alla fonte di 529.647 euro (relative ad emolumenti erogati negli anni d’imposta 2008-2009-2010) e di Iva: 236.920 del 2009, 208.940 del 2010».

La difesa Due anni fa Orabona, sentito all’Agenzia delle Entrate, si è definito un «mero prestanome prima di Iacone e poi di Jacobi, il socio svizzero che si è ritirato nel corso della stagione sportiva 2010/2011 non consentendo alla società di iscriversi l’anno successivo». E il suo avvocato Marco Angelini spiega: «Orabona era l’uomo dello spogliatoio e non svolgeva ruoli amministrativi nelle società guidate da Iacone. Nonostante i numerosi accertamenti la guardia di finanza non gli ha trovato neppure un soldo».

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