di Daniele Bovi

La Corte dei conti dell’Umbria ha condannato una donna al risarcimento di 88.041 euro per indebita percezione di fondi pubblici agricoli, ritenendo provato che abbia continuato a richiedere contributi anche dopo la perdita della titolarità sui terreni indicati nelle domande. Secondo la sentenza depositata nelle scorse ore, «l’illecito si caratterizzava per il dolo della condotta, risultando comprovato che la convenuta aveva inserito nelle domande di contributo i terreni di cui non aveva la disponibilità, inducendo così in errore – quale causa-effetto – l’Ente erogatore dei finanziamenti pubblici a fondo perduto».

La storia Tutto nasce nel 1998, quando la donna e il marito ottengono in assegnazione un fondo agricolo di circa 30 ettari a Nocera Umbra. Il contratto, basato su un patto di riservato dominio, prevedeva il pagamento in trent’anni. Dopo i primi quattro versamenti, però, dal 2003 i pagamenti si interrompono. Nel 2006 scatta la risoluzione e con una sentenza del Tribunale di Roma del 2011, viene dichiarata ufficialmente la risoluzione per inadempimento. Solo nel 2015, però, il fondo viene effettivamente rilasciato.

Le indagini Nonostante la perdita del titolo giuridico sul fondo, la donna ha continuato a presentare domande di contributo agricolo, basandosi su visure catastali non aggiornate. L’illecito è emerso da un’indagine penale per truffa aggravata avviata dalla Procura di Perugia nel 2021. La relazione della Guardia di finanza ricostruisce gli importi percepiti in modo illecito tra il 2006 e il 2021, con contributi ottenuti dal fondo Feaga, da programmi di sviluppo rurale e da aiuti destinati alle zone svantaggiate. A quel punto La Procura regionale della Corte dei conti ha fatto partire l’azione erariale sulla base di quella relazione.

La difesa La donna, pur non costituendosi formalmente in giudizio, ha presentato delle deduzioni tramite il proprio avvocato. Tra le tesi difensive, si sostiene che le verifiche spettassero agli enti pubblici e che ci fossero altre superfici agricole di proprietà dell’impresa. La Corte ha ritenuto però infondata l’eccezione di prescrizione, precisando che il termine ha cominciato a decorrere solo con il rinvio a giudizio del settembre 2022, in quanto «i sottostanti fatti sono stati scoperti con il rinvio a giudizio della convenuta».

Le cifre La Corte ha inoltre distinto la responsabilità per colpa grave fino al 2011 e per dolo dopo quella data, ma ha comunque accolto per intero la domanda della Procura. In particolare, oltre 41mila euro dovranno essere restituiti all’Unione europea, 46mila allo Stato e quasi 400 anche alla Regione.

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