di Francesca Marruco
Che Valerio e Riccardo Menenti viaggino verso la prima udienza davanti ad una Corte d’Assise è un dato quasi pacifico. I legali di padre e figlio, detenuti dall’undici aprile scorso con l’accusa di aver ucciso Alessandro Polizzi, ci hanno provato venerdì mattina a chiedere al giudice Lidia Brutti delle perizie utili secondo la loro visione ad ‘alleggerire’ la situazione di Valerio Menenti. Ma il gip Lidia Brutti, dopo quasi tre ore di camera di consiglio, ha rigettato tutte le richieste. No alla trascrizione delle intercettazioni ambientali in carcere delle conversazioni tra Valerio e Riccardo. No all’acquisizione dei filmati delle telecamere dell’ospedale di Perugia in cui Valerio Menenti era ricoverato. No all’esperimento giudiziale dell’apertura della porta del palazzo di via Ettore Ricci.
I domiciliari Valerio, in carcere a Capanne da oltre dieci mesi, vorrebbe almeno aspettare il processo e la sua celebrazione da uomo semi libero. Lo rivela il suo legale romano Manuela Lupo al termine dell’udienza rinviata per la discussione al tre febbraio prossimo. «In discussione – dice l’avvocato – chiederemo che a Valerio, che è in carcere da innocente, vengano almeno concessi gli arresti domiciliari in attesa del processo». Lunedì tre febbraio il giudice deciderà sulla richiesta di domiciliari, ma anche e soprattutto, sul rinvio a giudizio dei due imputati sollecitato dal pubblico ministero Antonella Duchini.
Le richieste Gli avvocati Manuela Lupo, Giuseppe Tiraboschi e Francesco Mattiangeli hanno chiesto in particolare la trascrizione delle intercettazioni ambientali effettuate nella cella del carcere di Capanne dal 23 aprile al 29 maggio dello scorso anno, l’acquisizione dei filmati delle telecamere dell’ospedale di Perugia del giono 23 marzo 2013 dalle 4 alle 18, e infine l’esperimento giudiziale dell’apertura della porta del palazzo di via Ricci con un piede di porco ( come ha dichiarato di aver fatto Riccardo Menenti).
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Il parere negativo Il pm Duchini ha dato parere negativo per tutte e tre le richieste, sottolineando che in nessun caso potrebbero ricavarsi elementi determinanti ai fini di una sentenza di non luogo a procedere a fronte del quadro probatorio complessivo. Il magistrato sa di aver costruito un’indagine granitica, che, passo dopo passo, supportata dal lavoro certosino degli agenti della squadra mobile di Perugia, è andata a costruire un castelletto di evidenze difficili da confutare.
La pistola E quindi, se ad esempio, la difesa insiste nel dire che la pistola con cui Alessandro è stato ucciso era sua e non dell’imputato Riccardo Menenti e che quindi sarebbe rimasto ucciso durante il corpo a corpo, e non vittima di una vera esecuzione – come invece racconta la testimone oculare Julia Tosti- c’è un elemento che li contraddice. Cioè quello della mancanza della ‘bruciatura’, tipica di un proiettile esploso a distanza ravvicinata, né sul pigiama né sul corpo di Alessandro Polizzi. Ma la difesa annuncia consulenze inedite e punta il dito verso verso chi non ha fatto la prova dello stub anche sul cadavere della vittima.
