di Francesca Marruco
«Tanto gli fo fa qualcosa, gliela fo arpagà». Lo diceva Valerio Menenti, riferendosi ad Alessandro Polizzi nei giorni precedenti all’omicidio del giovane perugino, quando Menenti era ricoverato in ospedale dopo essere stato picchiato da Polizzi. Il particolare venne riferito da un ragazzo amico sia di Alessandro che di Valerio, sentito dalla polizia immediatamente dopo l’omicidio.
Le intenzioni Lo stesso ragazzo che raccontò che «in questi tre giorni in cui sono andato in ospedale a trovare Valerio, lui continuava a ripetere che l’avrebbe fatta pagare ad Alessandro, che non ce la faceva personalmente ma ci avrebbe mandato qualcuno, che gli avrebbe fatto fare qualcosa. Sapeva che noi contro Alessandro non ci saremmo mai messi perché era anche amico nostro, ma continuava a ripetere “tanto gli fo fa qualcosa”, “tanto gliela fo arpagà”. Queste frasi le ripeteva anche davanti al padre in ospedale, in mia presenza. Ricordo che una volta in quei giorni in cui Valerio era in ospedale, incontrando i genitori di Valerio, alla mia domanda ‘come va?’, la madre di Valerio mi rispose “stavolta si sono scontrati col fuoco” e il padre di Valerio annuì».
Le mani alla gola E’ sempre lui ad aver raccontato agli inquirenti di quando venne picchiato da Riccardo Menenti, per un litigio che aveva avuto con Valerio. «Io ho fatto il gesto di andare contro Valerio e Riccardo mi ha bloccato e picchiato, mi ha dato un violento schiaffo spingendomi sul muro e mi ha messo le mani alla gola. La madre di Valerio era e ha visto tutto e non ha detto niente».
Indizi contro Menenti Riccardo e Valerio Menenti sono stati da poco rinviati a giudizio dal gup Lidia Brutti, che nel dispositivo con cui li ha mandati a processo, parla di «coacervo investigativo idoneo a contrastare la versione degli accadimenti resa, in seconda battuta, da Riccardo Menenti, nel contesto di ammissioni del tutto parziali».
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Versione inverosimile «La ricostruzione della dinamica dell’aggressione, come prospettata da Riccardo Menenti – scrive ancora il gup – che ad avviso della difesa varrebbe a ricondurre la sua azione nell’alveo della preterintenzione, appare in più punti in contrasto con circostanze obiettivamente acclarate. Tali elementi denotano in modo univoco, che Menenti Riccardo si parò dinanzi alle vittime armato di pistola ed esplose un colpo nella loro direzione. Le dichiarazioni di Julia Tosti, sul punto, sono puntualmente riscontrate non soltanto dalle risultanze autoptiche( che non sono compatibili con l’esplosione accidentale del colpo nel corso di una colluttazione corpo a corpo), ma anche dagli accertamenti».
Il piede di porco Il giudice scrive anche che si deve «quantomeno dubitare della genuinità delle indicazioni fornite da Riccardo Menenti in ordine allo strumento, il piede di porco, che egli assume di avere utilizzato per aprire il portone dello stabile di via Ricci. Egli infatti ha fornito indicazioni per consentire il rinvenimento di tale strumento nelle pertinenze del casale di Todi a distanza di alcuni mesi dall’interrogatorio del maggio 2013, allorché per la prima volta ne parlò, quando l’immobile era stato da tempo dissequestrato, ben potendo quindi, nelle more, lo stato dei luoghi e delle cose essere modificato».
Il ruolo di Valerio Inoltre, quanto alla responsabilità di Valerio, il giudice scrive che « confrontate con i rilievi fotografici le ultime dichiarazioni di Julia Tosti, sembrano avvalorare l’ipotesi che Menenti Riccardo impiegò le chiavi anche per aprire la chiusura di sicurezza della porta dell’appartamento, prima di sfondarla a spallate. Tali elementi, significativamente indicativi del contributo materiale fornito da Valerio Menenti alla realizzazione dell’azione consecutiva perpetrata dal padre».
