di Francesca Marruco
Riccardo e Valerio Menenti continuano caparbiamente a sostenere le loro versioni. «Perché la verità – ammonisce il pubblico ministero Antonella Duchini nei confronti di Riccardo – lei non l’ha detta mai». Il primo a passare per le forche caudine delle domande del procuratore aggiunto è Menenti padre, che sorprendentemente, riesce a cambiare versione per la terza volta su dove abbia dormito la notte dell’omicidio.
Tre versioni Al gip disse di aver dormito nel casolare di Todi insieme alla moglie Tiziana, «ma quello lo dissi perché ero in una specie di delirio. Chiesi a Tiziana di mentire per me», spiega Menenti alla Corte presieduta dal giudice Mautone, a latere Nicla Restivo. Al pm Duchini, quando decise di chiedere l’interrogatorio per dire, almeno parte della verità, disse invece che Tiziana aveva dormito a Ponte San Giovanni e lui a Todi. In aula, corregge ancora il tiro: «Eravamo nel nostro appartamento di via dei Volumni, Tiziana prendeva il sonnifero per dormire, io ero sul divano non prendevo più sonno, mi alzai e andai da Polizzi».
Se uno voleva chiarire… Come faceva a sapere che Alessandro lo avrebbe trovato lì? «Non ero sicuro» «Purtroppo – dice ancora Riccardo Menenti – non è il mio modo di essere, ma dopo tre aggressioni, dopo aver vissuto per un anno cose spiacevoli,( parla della morte di alcuni congiunti, ma il pm puntualizza che risalivano ad oltre un anno prima, ndr) non stavo bene. Non sapevo come risolvere questa cosa, ero inerme. Quella notte decisi di andare da Polizzi per cercare di capire il fatto». Ma il pm Antonella Duchini, che lo fece arrestare ancora prima di avere la certezza del sangue di Riccardo sul pianerottolo di via Ettore Ricci non ci sta e puntualizza: «Lei non è andato per dirgli di non venire più, e il 13 maggio mi disse che poiché nessuno facevo nulla ho deciso di farmi giustizia io». «Se uno voleva solo chiarirsi avrebbe bussato o suonato il campanello e invece..» Neanche il giudice Mautone crede alla mirabolante versione di Menenti padre, che nel prosieguo si fa ancora più surreale.
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La dinamica «Sono arrivato al portone della palazzina e l’ho forzato, avevo un piede di porco e guanti tipo meccanico di stoffa, due cappucci, quello della felpa e quello del giaccone, ma di fatto avevo il viso scoperto». L’accusa sostiene che Riccardo non abbia forzato il portone, ma lo abbia aperto con le chiavi che gli diede il figlio Valerio. Lui previene la domanda e in maniera strafottente – tanto che il presidente gli dice di non polemizzare – puntualizza che lui ha lavorato 15 anni con gli infissi quindi sa come fare. I residenti di quel palazzo hanno sempre detto che i segni presenti sul portone erano precedenti all’omicidio. Riccardo racconta poi di aver sfondato il portone dell’appartamento con alcune spallate e di aver visto appena entrato «un riflesso metallico». Che secondo lui, sarebbe stata la pistola Beretta che Alessandro aveva preso in mano per difendersi. A nulla valgono le più che fondate obiezioni dell’accusa che fa notare come la pistola fosse nera e non cromata, e quindi incapace di riflettere alcuna luce. Inoltre, sottolinea il pm, «se entrava la luce dei lampioni tanto da farle vedere un luccichio, e lei era a volto scoperto, i ragazzi avrebbero potuto riconoscerla no? ». «Lei cerca di aggiustare le cose » ribatte Menenti, che con questa uscita si guadagna un’accusa per oltraggio a pubblico ufficiale.
Colpi alla cieca Tornando al luccichio, Menenti dice di aver «supposto che fosse qualcosa di non buono, arma o qualcosa, quindi mi proiettai verso questo luogo, cercai di disarmarlo e nella colluttazione partì un colpo. Poi quando Alessandro si è accasciato mi sono sentito toccare la parte bassa gambe e allora d’istinto ho dato tre – quattro colpi cosi, colpendo la ragazza e il ragazzo. Ma non li ho mai portati con estrema violenza per fare danni. Poi sono andato via perché si è accesa la luce delle scale». «Ma lei- insiste il presidente Mautone – quando entra e vede questo bagliore e pensa che è qualcosa che le può essere di offesa, perché non fugge se sente il pericolo e affronta il pericolo pensando di disarmarlo?». «Ho pensato che ormai ero all’interno e se era un’arma, potevo solo affrontarlo».
Sottocasco, pistola e dna Ma se non aveva il volto coperto dal sottocasco, i vicini che lo vedono e lo descrivono come un uomo col volto travisato da una sorta di passamontagna sbagliano? «Io – dice ancora Menenti – portavo il sottoc..ehm il collarino» si sbaglia in un clamoroso lapsus. Del resto, se avesse avuto la fronte coperta dal sottocasco, come avrebbe fatto il suo Dna a migrare sul cane della pistola, se non – cosa che lui nega categoricamente – nel momento in cui caricò l’arma stessa? Nel casolare di Todi, in cui lui stesso dice di essersi recato dopo l’omicidio i poliziotti troveranno inoltre la scatola di un sottocasco, sul camino in cui bruciò i vestiti usati quella notte, appoggiata proprio vicino all’acqua ossigenata sporca del sangue di Alessandro usata per accendere il fuoco.
Il piede di porco sulla sinistra Un passo indietro. Riccardo Menenti non è mancino eppure dice di aver avuto il piede di porco nella mano sinistra appena entrato in casa di via Ettore Ricci. Dice di aver colpito entrambi i ragazzi usando quella mano. E la destra? La destra, è la linea della difesa ( avvocati Giuseppe Tiraboschi e Francesco Mattiangeli) servì per disarmare Polizzi della pistola. La destra, è la linea dell’accusa, è quella che impugnava l’arma con cui non poteva fallire il colpo. Ma lui nega: «Mai avuta una pistola, mai sparato e mai fatto del male ad una mosca in vita mia». Salvo che una ex ragazza di Valerio testimoniò in aula di quando accompagnò Tiziana in ospedale perché Riccardo con un pugno le aveva provocato il distacco della retina. Si sa, Julia ha raccontato che Valerio le parlò dell’eredità che gli lasciò il nonno, una Beretta e un’auto d’epoca rossa. «Lei ha avuto in eredità un’ auto rossa da suo padre?» chiede il pm. «Si». Valerio deve aver condito l’auto reale con una finta Beretta.
Il camino Tornando alla notte dell’omicidio, Riccardo dice che dopo aver lasciato l’appartamento «senza aver avuto la certezza di aver colpito Julia e Alessandro» ( «e se i ragazzi avevano prestato casa a dei loro amici? Se ci fosse stata la nonna?» chiede il pm), di essere andato nel casale di Todi, di aver dato fuoco a tutti gli abiti che portava nel camino, compreso il piede di porco. «Poi mi sono lavato e sono tornato nella casa di Ponte San Giovanni». Allora chi dormì in quella metà di letto trovata disfatta dai poliziotti il giorno dopo? Nella prima versione disse di essere andato lui a dormire a Todi, perché cambiare ora questo particolare? Per scongiurare che la Corte colleghi magari la pistola all’auto d’epoca custodita in uno degli annessi del casale di Todi? Senza contare che il piede di porco in quel camino il giorno dopo non c’era, come documentano senza ombra di dubbio le foto della polizia. Il piede di porco comparirà mesi dopo in una rimessa quando lui decise di indicare alla polizia dove lo aveva nascosto. Quanto al ruolo del figlio Valerio, «comunque vada – specifica Riccardo – lui non mi ha mai chiesto nulla».
