di Francesca Marruco
Verrà interrogato giovedì prossimo nel carcere di Terni Riccardo Menenti. Alle 9.30, l’ex pugile romano accusato di aver ucciso il giovane Alessandro Polizzi e di aver cercato di fare altrettanto con Julia Tosti, comparirà nuovamente davanti al pubblico ministero Antonella Duchini, a cui ha chiesto di essere interrogato dopo la notifica della chiusura delle indagini da parte della procura.
La richiesta «Abbiamo richiesto che Riccardo venga sottoposto ad interrogatorio perchè riteniamo che possa chiarire ulteriormente come si sono svolti i fatti, ha detto l’ avvocato Francesco Mattiangeli che lo difende insieme a Giuseppe Tiraboschi, del foro di Roma. «Era inutile invece chiederlo per Valerio vista la sua totale estraneità all’accaduto», ha aggiunto il legale che insieme alla collega romana Manuela Lupo, assiste anche Menenti Junior.
Cosa racconterà Cosa abbia intenzione di dire stavolta Riccardo Menenti nessuno può saperlo. Ammetterà qualcosa in più rispetto allo scorso interrogatorio, o continuerà a dire che lui non ha portato nessuna pistola da casa ed era andato da Polizzi ‘solo’ per dargli una lezione (colpendolo con un piede di porco)? Lo scorso maggio, al pm aveva raccontato: «Ho parcheggiato il mio furgone dietro la strada superiore, ho forzato il portone del palazzo. Sono salito, ho dato tre spallate alla porta e sono entrato. Ero armato di un piede di porco e, appena entrato in camera, ho visto un gran riflesso metallico, allora gli ho bloccato il braccio. Polizzi aveva in mano qualcosa di metallico, nel cercare di disarmarlo gli ho piegato la mano e ho sentito un’esplosione».
Il precedente «La colluttazione – ha riferito ancora Menenti – è continuata, io sono stato colpito da qualcosa di metallico alla fronte. Quando poi il ragazzo si è accasciato, mi sono sentito prendere alle gambe e ho menato con il piede di porco tre o quattro colpi, poi ho visto accendersi le luci delle scale e sono scappato». Menenti nell’interrogatorio specificò anche che nel corso dell’aggressione indossava dei guanti. Particolare questo che implica molti grattacapi per la difesa che deve giustificare la presenza del suo Dna da cellule di sfaldamento sul cane di una pistola che dice non essere di sua proprietà e che, secondo il suo racconto, avrebbe dunque toccato solo quella volta coi guanti. Giovedì, forse, un nuovo pezzo di verità.
