di Francesca Marruco

«Una notte mi misi a letto e mi sentii un coltello puntato alla gola. Era Valerio Menenti che era nuovamente entrato in casa mia, nonostante quello stesso giorno avesse restituito le chiavi. Pensavo non ne avesse altre. Mi disse che se non testimoniavo per lui mi avrebbe ammazzato». E’ solo uno degli episodi che Julia Tosti, scampata alla mattanza di via Ettore Ricci in cui Riccardo Menenti uccise Alessandro Polizzi, ha raccontato giovedì mattina in aula davanti alla Corte d’Assise di Perugia. Oltre quattro ore in cui la giovane Julia, più volta vinta dalle lacrime, dal dolore e dalla rabbia, ha ripercorso i momenti terribili di quella notte in cui rischiò di morire e dei mesi precedenti e successivi in cui visse due incubi uno peggiore dell’altro. Quelle delle violenze fisiche e psicologiche prima con il fidanzato Valerio Menenti e quello abissale della vita senza il suo guerriero Alessandro che nell’estate del 2012 la portò anche a tentare il suicidio, come lei stessa ha raccontato in aula.

I tre stranieri: Valerio voleva pagarci per uccidere Alessandro «Sono stata a casa per mesi, poi nell’estate del 2012 ero fuori dal bar Rendez Vous e mi si sono avvicinati tre soggetti stranieri dell’Est Europa che io non avevo mai visto. Mi vennero a fare le condiglianze per la morte di Alessandro e in quell’occasione mi dissero che erano stati contattati da Valerio che aveva chiesto loro di fare quello che poi è successo, pagandoli, ma loro mi dissero che portavano rispetto ad Alessandro e non lo avrebbero mai fatto». E’ la prima volta che Julia parla di questa cosa, «non l’ho mai detto a nessuno perché avevo paura. Temevo che Valerio avesse chiesto anche a qualcun altro. Questo episodio mi spaventò molto. Poi quello era il periodo del compleanno di Alessandro, e per questo ho cercato di suicidarmi ingerendo tutti i sonniferi che la psichiatra mi aveva prescritto». I familiari si accorsero e la salvarono. Ma la vita della giovane Julia è cambiata per sempre, e lo racconta lei stessa in lacrime in aula: «io da quel giorno ho sempre un senso di colpa che non mi permette di vivere, perché Alessandro non c’è più e io mi sento colpevole di questo e me lo porterò dietro per il resto della vita. Mi rimprovero di non aver fatto una denuncia quando poteva cambiare qualcosa».

No ai domiciliari E adesso che qualcosa per il suo Alessandro la può fare, non vacilla. Solo l’emozione del ricordo del suo amore la fa piangere, sa di avere l’uomo che ha tentato di ucciderla alle sue spalle. Lo sa e sa anche che l’unica che può sconfessare quella confessione sgangherata e tardiva di Riccardo Menenti, arrivata quando non poteva più mentire del tutto, è lei. Quindi non molla e racconta tutto, anche episodi poco edificanti, come quando non disse ai genitori che l’avevano bocciata, o che faceva uso di cocaina. Valerio e Riccardo, a due metri scarsi di distanza dalla sopravvissuta sono impassibili. Menenti senior non tradisce alcuna emozione. Valerio ogni tanto invece scrive, gesticola e parla col suo agguerrito avvocato, che in apertura di udienza ha incassato un enorme niet alla richiesta del tatuatore di poter avere i domiciliari al posto del carcere. La richiesta per i giudici è «inammissibile».

La lunga deposizione Julia ha bisogno di più pause per arrivare indenne alla fine della lunga deposizione, che durante il controesame condotto dall’avvocato Manuela Lupo diventa più ardua. L’avvocato incalza la testimone e attacca sul fatto che Julia non abbia mai parlato in precedenza dell’incontro con gli uomini stranieri. Ma pubblica accusa e parte civile fanno quadrato intorno a Julia, «Questa ragazzina – dice il procuratore Antonella Duchini- è la sopravvissuta ad un’aggressione tremenda, non ha mai detto cose diverse da quanto mi disse nell’immediatezza». E Julia quella notte l’ha raccontata così: «Stavamo dormendo quando abbiamo sentito dei forti rumori, come dei botti. La sagoma dell’uomo che ci ha aggredito mi è sembrata familiare, anche il rumore dei tacchi non mi era nuovo, aveva il viso coperto dal sottocasco mi sembrava di averlo già visto, non ha mai detto neanche una parola. Ci ha sparato contro, ma io non mi sono accorta di essere ferita. Alessandro si è alzato subito, ed ha avuto una colluttazione con l’aggressore. Io nel frattempo ero dietro ad Alessandro, urlavo aiuto, quando lui si stava accasciando a terra ho visto che l’uomo l’ha colpito con oggetto metallico. Poi è venuto verso di me chiudendo la porta della camera da letto dietro di sé, eravamo al buio, con la porta chiusa. Lui ha cominciato a colpirmi con quell’oggetto di metallo. Io lo pregavo di non uccidermi e cercavo di allontanarmi gattonando. Poi i vicini hanno urlato e fatto rumore e a quel punto lui ha smesso di colpirmi. Si è messo a cercare qualcosa e poi è scappato via. Io l’ho seguito e dalla porta dell’appartamento ho visto che si è fermato a metà pianerottolo a guardarmi». Nel racconto di Julia manca la pistola, e il pm Duchini le chiede quando l’ha vista: «L’ho vista solo tre secondi prima di uscire mentre il 118 mi stava portando via, era sotto il tavolinetto del telefono». Alessandro ha mai avuto una pistola? Quella sera una pistola era sul comodino? «Assolutamente no». Riccardo, dopo non aver più potuto negare l’evidenza della sua presenza attiva sulla scena del delitto, ha sempre raccontato però che la pistola non era la sua e che la porta dell’appartamento l’ha sfondata a calci e che il figlio Valerio non gli diede mai le chiavi, come invece sostiene l’accusa.

La chiave Ma Julia non tentenna, «quella sera io ho chiuso la porta con tutte le mandate. Mia madre mi chiamava tutte le sere per ricordarmelo. E le chiavi erano inserite nel portone per dentro. Ma da fuori in quel modo, con una chiave si poteva comunque aprire». E poi ci pensa il padre Massimo, interrogato dal sostituto procuratore Gemma Miliani a rincarare la dose sull’apertura della porta: «Dopo che la casa venne dissequestrata provammo ad aprire la porta da fuori con la chiave inserita dentro. Risultato? La porta si apriva e ovviamente senza segni sui montanti che invece avrebbero dovuto essere piegati se davvero fossero stati presi a calci». Per l’accusa le chiavi a Riccardo gliele ha date Valerio. E non solo quelle. La Duchini chiede se riccardo Menenti era mai entrato in casa, «era venuto solo una volta sotto casa ad accompagnare Valerio, ma non era mai salito». L’aggressore è andato a colpo sicuro verso la stanza da letto. Chi gli ha spiegato dov’era? Valerio nega di essere stato al corrente delle intenzioni del padre. Ma Julia racconta di quella volta, dopo che Alessandro aveva picchiato Valerio in cui lei andò in ospedale da lui a chiedergli di non denunciare Polizzi, perché «tutte le volte che lui aveva picchiato me io non lo avevo mai denunciato. Lui mi disse che per quella volta non lo avrebbe denunciato, ma che se fosse successo di nuovo lo avrebbe fatto ammazzare senza sporcarsi le mani di sangue». Poco dopo è lo stesso Valerio a replicare a Julia: «Io non minacciai nessuno, ho anche la registrazione, io non ho minacciato e anzi lei minacciò me che se io avessi denuciato Alessandro, lei avrebbe denunciato me».

 Il rapporto con Valerio Scuote la testa continuamente quando Julia racconta del loro rapporto burrascoso, delle ormai famose tre aggressioni da parte di Alessandro verso Valerio. « I primi due mesi il nostro rapporto era normale – dice Julia – poi le cose degenerarono, aveva atteggiamenti violenti nei miei confronti. Una volta mi aveva picchiato e io lo volevo lasciare, lui allora mi tirò addosso un flacone di alcol, cadde per terra, lui disse: “mi lasci?” Tirò fuori un accendino e lo buttò per terra, prese fuoco il materasso e poi fummo costretti e buttarlo dalla terrazza. Una volta ruppe le ante della finestra con la mia testa. Assumevamo cocaina tutti i giorni, lui non mi indusse ma io prima di stare con lui non ne facevo uso. Molte litigate erano anche perche voleva che andassi io a prendere la droga, perché diceva che una ragazza dava meno nell’occhio. E se non andavao mi picchiava. Valerio mi diceva che se io lo avessi lasciato, lui si sarebbe ucciso con pistola del nonno. Una volta mi disse che era una Beretta».

Parla Valerio «Ho sentito molte cose che non sono vere- ha detto Valerio in aula – ma le chiariremo tutte, intanto voglio controbattere al fatto che avrei sottratto oro e soldi a casa di Julia. Le cose andarono molto diversamente, fu lei molto tempo prima che la conobbi a sottrarre l’oro ai suoi genitori per pagare debiti di droga, di questo si accorse il padre dopo un mese e mezzo che stavamo insieme. Julia si giustificò ai suoi disse che era stata un amica, ma a me disse che era stata lei. La mamma di Julia stette molto male perche tra quelle cose c’erano ricordi di famiglia».

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