di Francesca Marruco

La voce disperata di una ragazzina costretta a diventare adulta nella notte più brutta della sua vita. Non si capisce quasi una parola della tragica chiamata al 118 fatta da Julia Tosti la notte in cui il suo fidanzato Alessandro Polizzi venne ucciso nel loro appartamento in via Ettore Ricci, in cui convivevano da poco. «Aiuto vi prego è entrato uno in casa – urla all’operatore del 118 che cerca di calmarla -, ci ha massacrato di botte, siamo pieni di sangue… Correte lui è per terra… Mi sa che non respira, gli hanno saparto, lo ha rimepito di mazzate in testa, vi prego correte, ho paura che muore».

La chiamata La telefonata è stata fatta ascoltare alla Corte d’assise di perugia giovedì mattina nella seconda udienza del processo a Riccardo e Valerio Menenti, padre e figlio in carcere dall’aprile del 2012 per l’efferato omicidio. In aula giovedì mattina il primo a testimoniare è il capo della squadra mobile Marco Chiacchiera, che guidato dalle domande del procuratore facente funzioni Antonella Duchini e del sostituto Gemma Miliani, ha ricostruito i primi istanti dopo la tragedia e le indagini.

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Il capo della mobile «Erano le tre e mezza del 26 marzo – racconta Chiacchiera -. Sul posto ho trovato la volante, la scena del delitto ben preservata, erano già stati isolati alcuni oggetti e macchie di sangue, fazzoletti sporchi all esterno del portone. È immediatmante emerso che a chiamarci è stato il vicino di casa del piano di sotto, Nucciarelli. Ha chiamato il 113 e durante la telefonata ha detto che la persona introdotta, una sola, si era allontanata dando modo alla figlia di Nucciarelli di vederne la sagoma».

Il luogo del delitto «Alessandro – racconta ancora Chiacchiera – giace supino sul fianco destro appoggiato al muro. Ci sono segni di colluttazione in camera e nel corridoio. Sulle scale c’è un’impronta nitida di una scarpa a punta, immeditamente preservata. La ragazza – è ancora Chiacchiera – era in stato di shock, le telefonate al 118 sono disperate, cerca di salvare la vita al suo uomo e lo crede ancora viva, non l’ha saputo fino al giorno dopo». In aula vengono proietatte le foto dei luoghi di quel piccolo appartamento in cui il guerriero Alessandro Polizzi, venne ammazzato brutalmente. Tanto sangue e dappertutto i segni della strenua resistenza di Alessandro per sottrarre lui e la sua donne dalla morte, che certamente sarebbe arrivata anche per lei se la Beretta non si fosse inceppata.

La pistola «La pistola – spiega Chiacchiera – ha sparato un colpo, poi c’è stata la colluttazione ed è chiaro, poi dall’impronta del piede. Julia è stata colpita con corpo contundente. L’arma è stata raccolta, all’ interno della canna c’era un altro proiettile, percosso ma non sparato: questo vuol dire che la Beretta si è inceppata, Alessandro negli ultimi minuti di vita si è difeso e l’ arma è stata dispersa. Il tentativo è stato di sparare due volte, poi ha perso la pistola e non è riuscito a recuperarla».

Il vicino Quando il vicino di casa che sente tutto il trambusto sale, Julia è coperta di sangue e dice solo «amore, perché amore?». Julia saprà solo il giorno dopo che Alessandro è morto. La portano in ospedale in stato di schock e la operano alla mano. Giovedì prossimo avrebbe dovuto testimoniarr proprio lei davanti ai giudici, invece alla fine è stato rinviato a settembre. Alle sue spalle, dietro le sbarre della cella dell’aula degli Affreschi, siederanno i due Menenti.

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