di Francesca Marruco
Scuote la testa tutte le volte che un testimone dice che lui «picchiava Julia». Seduto tra il padre coimputato Riccardo Menenti e l’avvocato Manuela Lupo che lo difende, Valerio Menenti ha seguito l’udienza di giovedì fuori dalla gabbia destinata agli imputati in custodia cautelare in carcere. Ha fatto richiesta tramite i suoi legali facendo anticipare che in caso di diniego, avrebbe scelto di non essere più presente alle udienze. I due imputati hanno anche chiesto la revoca del carcere per i domiciliari e la Corte si è riservata sul punto. Giovedì mattina sul banco dei testimoni avrebbe dovuto sedere Julia Tosti, l’unica sopravvissuta al massacro di via Ettore Ricci, invece, per una diversa organizzazione della Corte d’Assise sono stati ascoltati i genitori e il fratello di Alessandro Polizzi e la mamma e il fratello di Julia. L’emozione è tanta per tutti loro, che a tratti hanno bisogno di fermarsi per ricacciare indietro le lacrime.
La pistola «Julia mi disse subito quella mattina in ospedale che Valerio aveva raccontato che il nonno gli aveva lasciato una pistola, una Beretta non registrata ( come quella che il killer ha usato per sparare ad Alessandro, ma che Menenti nega di aver mai posseduto, ndr) .Quella mattina mentre Julia aspettava di essere operata io le chiesi chi era stato, e lei disse che per quello che era riuscita a vedere, era una persona con sembianze familiari, e cioè Riccardo Menenti». La difesa degli imputati scuote la testa a e prova a contestare che il teste non disse prima di questa circostanza, affatto secodaria. Ma il pm Duchini cala la carta della procedura: si può contestare una dichiarazione diversa da un precedente verbale ma non si può contestare ad un teste che prima non ha detto una cosa. La corte accoglie e vieta la domanda.
Minacce di morte «Julia era terrorizzata, mi disse che era stata minacciata di morte, aveva paura di Valerio». Lo racconta la madre Maria Rita che riferisce anche di specifici episodi in cui Valerio «usò violenza su Julia davanti a me». «Una volta Valerio le chiese di poter guidare la sua Smart, lei gli disse di no, allora lui le tirò addosso le chiavi in modo molto violento, poi lo sentivo che le urlava puttana». E ancora:«Ho visto julia con segni sul volto, aveva un ematoma sullo zigomo. Mi disse che aveva sbattuto contro un armadio. La mia sensazione era che mi diceva una bugia, e le chiedevo di dire la verità, ma mi disse solo dopo l’omicidio che la picchiava sempre, che una volta le aveva dato anche una bastonata». Poi Julia e Valerio si lasciano, e la madre vede Julia «rifiorire» .«Prima – racconta – era dimagrita, aveva lo sguardo perso, poi con l’arrivo di Alessandro era rifiorita».
Il nuovo amore Quell’amore nato pochi mesi prima del dramma, aveva fatto sperare anche ai genitori di Alessandro Polizzi che il loro figlio maggiore riprendesse una vita meno sregolata. «Alessandro – racconta la mamma – viveva con noi anche se ultimamente dormiva spesso e volentieri da Julia. Prima era stato cinque anni con un’altra ragazza e quando stava con lei aveva una vita molto regolare, poi aveva ripreso un genere di vita che a noi non piaceva molto. Prima venivano tutti i sabati sera da noi. Poi ha iniziato a frequentare locali, discoteche e a tornare ad orari più improbabili. Succedeva che usciva venerdi mattina e rientrava sabato sera. A volte non sapevo neanche dove dormisse». Ma come hanno spiegato madre e padre, Alessandro ha sempre contiuato a lavorare con puntualità.
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I problemi I pubblici ministeri Antonella Duchini e Gemma Milian guidano i testimoni nellle loro deposizioni e la mamma del guerriero, ricorda di quando capì che suo figlio stava avendo dei problemi seri con Valerio Menenti: «Mi è stato chiaro tutto il sabato prima che è venuto a cena da noi. Inizialmente mi disse, “non ti preoccupare che se le merita”, poi Julia è stata piu chiara. Lei mi disse che Valerio gliene aveva fatte tante, che le aveva rovinato la macchina e l’aveva mandata all’ ospedale più di una volta. Avevo rimproverato Alessandro e gli avevo detto che servivano avvocati, e lui mi disse che ci erano andati. Mi sono raccomandata di evitare gli stessi locali, e gli dicevo di tenere le mani a posto».«Mi rimprovero spesso per il fatto che non mi si fossero drizzate abbastanza le antenne, soprattutto per questa cosa del materasso, per il lavoro che faccio dovevo allarmarmi di più».
I cattivi sono altri Anche il papà di Alessandro cercava di guidare il figlio in questi problemi con Menenti dicendogli di non menare le mani e di usare le forze di polizia e gli avvocati. Non gli piacevano troppo neanche le nuove compagnie di Alessandro: «io pensavo che potessero essere ragazzi cattivi – ha detto parlando degli amici del figlio – invece i cattivi sono altri». I genitori sospettavano che Alessandro facesse uso di droghe, ma lui glielo ha sempre negato. E poi lo straziante racconto di come ha saputo della morte del figlio:«È venuto un giornalista alle otto e mezza nella mia ditta a chiedermi se Alessandro Polizzi lavorava lì, io chiesi perché e questo ragazzo mi disse perché era morto. Io mi sono messo a urlare come un pazzo e poi ho chiamato mia moglie».
