di Francesca Marruco
«L’arma quando è saltata mi ha colpito la parte destra della fronte, quindi è impossibile che sta nel corridoio. Cioè sta nel corridoio, che vor dì? Vor dì che lei l’ha presa, l’ha pulita e l’ha buttata nel corridoio, se no c’era l’impronta del Polizzi». E’ Riccardo Menenti che, parlando col figlio Valerio in una cella del carcere di Capanne, parla della pistola con cui è stato ucciso Alessandro Polizzi il 25 marzo scorso. Ed è lui che ribadisce, come ha raccontato anche al pubblico ministero Antonella Duchini, che la Beretta non era sua e non l’ha portata da casa, ma sarebbe stato Alessandro ad averla usata contro di lui.
Mazinga «Me diceva Krogh che se la pistola è la mia, così in pratica è un casino», dice ancora Riccardo al figlio, e poi aggiunge: «E’ logico che lei ( il sostituto procuratore Antonella Duchini, ndr)alla fine abbia detto che praticamente non ce crede a sta cosa. Mi pare impossibile che lei va dal Polizzi da solo con la spranga. Dico: ’Perché il Polizzi chi è?’», «Cazzo chi è? – gli risponde Valerio –Mazinga!». E Riccardo dice ancora: «Chi cazzo è? Non ho so io! Ma scusa, uno che t’arriva, te butta giù la porta de casa, è uno che non mena al Polizzi?».
La pistola e la premeditazione Riccardo Menenti sostiene di essere andato nella casa di via Ettore Ricci per dare una lezione a Polizzi, che aveva picchiato suo figlio Valerio. Ma ha sempre negato di aver portato la pistola da casa. Secondo la sua versione, è stato Alessandro a tirarla fuori. Ed è lampante quanto questo elemento possa valere in sede processuale ai fini della premeditazione – che rende la pena ancora più pesante -. E’ per questo che i difensori dei Menenti, gli avvocati Giuseppe Tiraboschi, Francesco Mattiangeli e Manuela Lupo, hanno intenzione di chiedere una nuova perizia sull’arma ritrovata nel corridoio della mattanza.
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Il Dna di Alessandro Sono loro che, forti di alcune risultanze scientifiche, sollevano con più determinazione la versione che la pistola fosse lì, e quindi di conseguenza, che Julia Tosti, sopravvissuta all’aggressione omicida, abbia dato una versione non rispondente al vero. I risultati delle analisi della polizia scientifica mettono nero su bianco la presenza del Dna di Alessandro Polizzi in parecchi punti della Beretta, che secondo il racconto di Julia, Riccardo avrebbe usato contro di loro quando erano ancora nel letto.
Il grilletto C’è sostanza biologica con Dna appartenente ad Alessandro Polizzi sul grilletto, sulla guanciola, sulla culatta e sullo sblocco del caricatore della pistola Beretta. La pistola è ovviamente impregnata anche del sangue di Alessandro, ma la difesa punta il dito sul Dna finito sul grilletto.
Due verità Per ora ci sono due versioni, quella di Riccardo e quella di Julia. L’uno dice di essere entrato col piede di porco e di aver visto un luccichio ( la pistola) con cui poi Polizzi ha cercato di colpirlo. L’altra dice che Riccardo è arrivato in camera loro e gli ha sparato da lontano colpendoli entrambi con lo stesso proiettile. Versioni che potrebbero essere smentite o accreditate, almeno in parte, dagli accertamenti tecnici parzialmente riassunti dal gip Luca Semeraro che negò la libertà a Menenti. «E’ sufficiente – scriveva il giudice –constatare come sul corpo di Alessandro non vi sia alcun segno di bruciatura prodotta dall’arma da fuoco per escludere che il colpo sia partito durante la colluttazione e il corpo a corpo tra i due. Inoltre il colpo esploso ha avuto una traiettoria incompatibile con quanto riferito al pm da Riccardo Menenti». Si torna in aula il 24 gennaio per le richieste della difesa.
