di Fra. Mar.
Se da Roma arrivasse la prova che in mezzo al sangue di Alessandro Polizzi c’è anche il Dna di Riccardo Menenti, tutti i discorsi starebbero a zero. Inutile la difesa. Inutile proporre un alibi. Ma da Roma ancora, dai laboratori di via Tuscolana della polizia scientifica, non arriva ancora niente di ufficiale. Ma solo di ufficioso. E le voci che viaggiano di ufficio in ufficio parlano di Dna di uno degli arrestati nella casa del delitto.
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Le ferite Del resto, Riccardo Menenti, come rileva anche il gip Luca Semeraro nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, aveva delle ferite fresche sia sulla fronte che sulla mano. Aveva dei cerotti quando il giorno dopo l’omicidio, gli uomini della squadra mobile di Marco Chiacchiera lo hanno cercato per ascoltarlo. E da quelle ferite potrebbe essere uscito del sangue. Che potrebbe collocare, quello si, in maniera incontrovertibile l’uomo sulla scena del delitto. Secondo quanto trapela, in alcune tracce di sangue repertate in via Ricci ci sarebbero tre profili genetici, di cui due maschili. L’assassino e la vittima?
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Attesa per la scientifica L’ attesa è snervante e la speranza è grande. Perché con una simile prova in mano, gli inquirenti avrebbero un’indagine blindata. Almeno per il titolare del Dna. Una strada più in salita sembra essere invece quella del presunto mandante dell’omicidio. Intanto loro due dal carcere continuano a dirsi completamente innocenti ed estranei al terribile delitto di Alessandro.
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Attesa per il Riesame E tramite il loro legale Luca Patalini hanno fatto richiesta al tribunale delle libertà affinchè revochi la custodia cautelare in carcere o la sostituisca con una misura meno afflittiva. Ancora la data dell’udienza non è stata fissata. E c’è da scommettere che quella sarà un passaggio fondamentale. Perché se l’accusa, le indagini sono coordinate dal pubblico ministero Antonella Duchini, ha in mano carte tanto scottanti, quella sarà la sede per scoprirle. Intanto si attende. E si prova a ricostruire con gli elementi che si hanno. Sempre che non si pensi che chi è in carcere è colpevole.
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