di Francesca Marruco
Se fosse stato giudicato incapace di intendere e di volere, non sarebbe neanche stato processato. Ma se fosse stato realmente giudicato senza tener conto della sua particolare patologia psicologica, la pena per lui sarebbe stata sicuramente più alta. Così si è concluso con una condanna a 14 anni di reclusione il processo con rito abbreviato ad Antonio Leandri, l’ex insegnante di educazione fisica che nel novembre del 2010 uccise il padre Olinto con una martellata alla testa, poi lo fece a pezzi e li gettò nelle campagne della provincia di Perugia. 14 anni, 21 meno un terzo per la scelta del rito abbreviato.
La seminfermità Lo ha deciso il giudice Carla Maria Giangamboni mercoledì pomeriggio intorno alle 15.30, dopo poco più di due ore di camera di consiglio. Il pubblico ministero Claudio Cicchella, che il 12 gennaio del 2011 firmò il suo provvedimento di fermo, aveva chiesto 16 anni di reclusione e il riconoscimento dell’attenuante della seminfermità mentale. Anche i legali dell’imputato, gli avvocati Luca Gentili e Claudio Lombardi, avevano chiesto lo stesso riconoscimento e una pena ancor più bassa.
Le conclusioni dei periti d’ufficio Il giudice Giangamboni però avrebbe in quel caso dovuto disconoscere le conclusioni a cui sono giunti i periti d’ufficio che il gip Alberto Avenoso aveva nominato in incidente probatorio e che avevano definito Leandri capace di intendere e di volere al momento dell’omicidio, commesso comunque senza premeditazione. Per i periti del giudice, nominati su richiesta comune della difesa e dell’accusa, l’ infermità che pure aveva Leandri, «al momento dei fatti non era di gravità tale né da scemare grandemente, né tanto meno da escludere la capacità di intendere e volere del periziando in relazione ai delitti commessi». Gli stessi periti avevano parlato dell’omicidio: «un rapporto padre-figlio da sempre gravemente conflittuale accompagnato da cronici sentimenti di rabbia nutriti verso l’ormai anziano genitore e compiuto in un momento di “discontrollo” e di grande turbamento emotivo, nel corso di un litigio in riposta ad un ennesimo attacco paterno percepito come “devastante ed intollerabile”».
Leandri chiede vestiti più caldi Antonio Leandri, presente in aula come in tutte le altre udienze, al termine della lettura della sentenza al suo avvocato Luca Gentili ha chiesto che al rientro in comunità potesse avere di nuovo una coperta di lana e dei vestiti pesanti che fa di nuovo freddo. Nessun commento sulla sentenza. Solo un bisogno fisico per un uomo che, seppur quasi sano di mente al momento dell’omicidio, è affetto da «un non irrilevante disturbo borderline della personalità» che gli è valso l’uscita di galera e l’ingresso in una comunità di recupero.
Leandri ha bisogno di cure «La gravità del gesto commesso – scriveva il gip quando gli aveva concesso i domiciliari – evidenzia peraltro una personalità certamente non idonea al contenimento delle pulsioni e delle emozioni interiori comunque gravata da disturbi psichiatricamente valutabili tali da richiedere tuttora l’applicazione di adeguate misure di contenimento che consentano l’effettuazione di adeguati interventi e percorsi terapeutici volti al recupero del disturbo di personalità individuati».
Soddisfazione della difesa e appello «Siamo soddisfatti, 14 anni senza il riconoscimento del vizio parziale di mente sono un buon punto di partenza», ha detto l’avocato Luca Gentili che ha già annunciato il ricorso in appello per avere sia una riduzione della pena che una nuova perizia psichiatrica in cerca del riconoscimento della seminfermità mentale.
I fatti Leandri era stato arrestato il 12 gennaio del 2010 dopo il ritrovamento di due arti scarnificati in un recinto per cinghiali a Migiana di Monte Tezio. La macabra scoperta era stata fatta da un ciclista di passaggio. Le indagini poi, condotte dagli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri di Perugia, avevano portato all’anziano legnaiolo sparito da qualche settimana. Era stato lo stesso parricida a fare denuncia. Da lì alle sue responsabilità, il passo non era stato troppo lungo. Ed era stato lui stesso a confessarlo ai militari con dovizia di particolari. Poi li aveva accompagnati per le campagne indicando loro dove aveva buttato i pezzi del cadavere.


Non ha bisogno di cure ,ha bisogno di giornaliere randellate fino alla fine .