di Francesca Marruco

«Nessuno degli imputati ha scelto di essere in aula quando sono stati sentiti i testimoni che li avevano riconosciuti. Liberissimi di farlo, ma mi sembra un dato che va valorizzato». A parlare alla corte d’Assise di Perugia che sabato deciderà se condannare o meno Raffaele Arzu e Pietro Pala per l’omicidio del carabiniere Donato Fezzuoglio, ammazzato durante una rapina ad Umbertide, è il pubblico ministero Paolo Abbritti, che insieme alla collega Antonella Duchini, ha sostenuto l’accusa in questo processo arrivato al capolinea. 

Repliche Venerdì 10 maggio. In programma ci sono le contro repliche di accusa e difesa. Da una parte e dall’altra si gioca il tutto per tutto. Sono gli ultimi momenti utili per cercare di instillare nelle menti dei giudici –la Corte è presieduta da Daniele Cenci, a latere Giuseppe Noviello – un’idea che li porti a sposare una ricostruzione piuttosto che l’altra. Apre il pm Antonella Duchini, che ha indagato a lungo sul colpo alla filiale del Monte dei Paschi di Siena del gennaio 2006, e ripercorre gli elementi chiave dell’accusa.

I riconoscimenti  I riconoscimenti di Arzu fatti dai testimoni oculari. «Che secondo la Cassazione non necessitano di una verifica esterna» evidenzia l’accusa. C’è Brugnoni che indica in Pietro Pala «colui che dentro la Lancia Thema, dal sedile posteriore sparava con un mitra». C’è Torelli, che li vede arrivare fuori dal cimitero di Montone e salire sul pick up utilizzato come ariete per sfondare la vetrata della banca. Ci sono anche persone che non sono stati in grado di riconoscerli e che le difese hanno cercato di valorizzare. Ma, come ha sottolineato l’avvocato di parte civile Nicola Di Mario «in giurisprudenza non esiste la non identificazione». Dunque il fatto che alcuni testimoni diretti non li abbiano riconosciuti non vuol dire che non c’erano.

L’alibi di Pala C’è anche il presunto alibi di Pietro Pala «che non regge alle prove» dice Duchini. Il telefono di Pietro Pala, il giorno della rapina, proprio mentre si stava consumando l’omicidio del carabiniere è attivo, aggancia celle delle zone di Deruta e Marsciano. Da quel cellulare partono telefonate a trans che non verranno mai più contattati da quella stessa utenza. Per l’accusa è un alibi falso: «se vado a fare una rapina-  dice il pm Duchini-  non mi porto dietro il telefono. E’ ovvio che o lo tengo spento o lo lascio a qualcuno e gli dico di fare qualche telefonata ». La difesa, Pala è rappresentato dagli avvocati Francesco Falcinelli e Riccardo Marri, invece ha puntato molto su questo alibi del telefono per indicare che Pala in quel momento era altrove e che stava realmente facendo delle telefonate. Ma c’è anche un altro elemento: e cioè che il telefono di Pala si spegne la sera del 30 gennaio e si riaccende due giorni dopo, proprio come succede a quello di Ivo Carta, che secondo la ricostruzione accusatoria guidava la Lancia Thema.

Il Dna sulla sigaretta Poi c’è il dna di Pala isolato su un mozzicone di sigaretta trovato a 30 centimetri dalle automobili buttate in un fosso utilizzate dai rapinatori omicidi per scappare. Per l’accusa è lì perché Pala c’era quando quelle macchine sono state buttate nel fosso. Ma la difesa sostiene invece che il mozzicone è finito lì dentro perché Pala, che abita non molto distante, potrebbe avercelo buttato in qualsiasi momento, magari durante una passeggiata. Sempre che, dice la difesa, sia suo.

L’intercettazione C’è poi l’intercettazione, oggetto di plurime perizie, in cui secondo l’accusa Pala direbbe di aver sparato a Fezzuoglio.  «Al di là delle perizie-  aveva detto il pm Duchini – ce lo dice Mascia (che era presente)che in quella conversazione si parlava di Fezzuoglio. Mascia afferma che Pala dice espressamente di aver ucciso il carabiniere Fezzuoglio nella rapina di Umbertide, e dice anche che avevano fatto anche il nome di Fezzuoglio. Inoltre, la conversazione è inequivoca perché è la foto dei movimenti fatti da Fezzuoglio durante la rapina. Pala dice che anche che la Thema ha fatto marcia indietro e questo lo sapeva solo lui». Ma su quella intercettazione lo scontro è totale e per i periti delle difese, il nome di Fezzuoglio non viene neanche fatto.

L’attesa «Qua ci sono elementi certi e dirimenti su cui dovete basare la vostra decisione» ha detto ai giudici l’avvocato Nicola Di Mario, parte civile per la famiglia della vittima, chiudendo il suo intervento. La Corte aveva chiesto repliche brevi, invece anche l’ultima udienza è stata fiume. Quasi otto ore di ricostruzioni. Una notte di sonno e poi toccherà ai togati e ai popolari decidere se condannare i due sardi all’ergastolo come chiede l’accusa, o assolverli, come chiedono le difese. O trovare una terza via. Per applicare la legge si, ma anche per donare un po’ di giustizia a chi ha perso un fratello, figlio, marito e padre mentre svolgeva il suo lavoro al servizio dello Stato e dei suoi cittadini.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.