di Francesca Marruco
Chi era presente dentro quella casa in cui la notte tra il cinque e il sei aprile 2012 vennero trucidati Sergio Scoscia e l’anziana madre Maria Raffaelli, ha detto che ha avuto anche la faccia tosta di ridere. Alfons Gjergji, l’unico dei tre albanesi che non ha scelto di essere giudicato con rito abbreviato ( gli altri hanno avuto un ergastolo in primo grado, ndr), ha deciso invece di essere presente mentre tutta la Corte d’Assise del tribuinale di Perugia – presieduta dal giudice Mautone, a latere Narducci – ispezionava i luoghi in cui si consumò quel terribile duplice omicidio durante una rapina messa a segno da uomini senza scrupoli in cerca dell’oro degli Scoscia.
Dissequestrata casa A chiedere di effettuare il sopralluogo era stato il pubblico ministero titolare dell’indagine Claudio Cicchella durante la prima udienza del processo. Dopo questo atto, la corte ha disposto il dissequestro dell’abitazione che, a distanza di tanto tempo, torna in questo modo, nella disponibilità della famiglia Scoscia. E proprio Marcella Scoscia, figlia e sorella delle vittime, è stata la prima testimone del processo al giovane albanese che dice di essere estraneo al barbaro omicidio e di essere venuto a Perugia quella sera solo per recuperare un suo connazionale e accompagnarlo a Roma.
La testimonianza In aula Marcella ha ripercorso quei momenti tragici con la voce tremante e lo choc di aver visto la mamma morta e buttata da un lato del letto con la violenza più bruta. Ha raccontato di essersi alzata alle sette quella mattina, di aver fatto colazione, e di essersi resa conto ad un certo punto che c’era tanto disordine: «in quel momento ho capito che erano passati i ladri. C’era un gran disordine. Poi sono entrata dentro casa di mamma, in cucina era tutto a soqquadro, poi nelle camere non ho trovato nessuno. Le porte delle camere erano aperte, mi sono solo affacciata». E in quel primo giro di ricognizione non e il fratello e la madre morti.
Li cerca fuori Marcella racconta poi di essere uscita fuori a cercarli. «Li chiamavo ma non rispondeva nessuno. All’inizio ho pensato che potevano essere usciti presto, come poteva succedere, e mentre erano fuori erano entrati i ladri. Per questo ho iniziato a mettere a posto gli armadi, per evitare di fargli vedere tutto quel trambusto quando sarebbero rientrati». Poi però, «quando ho visto la scala e la sedia sulla tettoia della macchina dove c’era la finestra tolta, ho iniziato ad avere paura». E’ a quel punto che insieme al figlio Valerio rientra in casa.
I corpi «Dopo il bagno siamo andati in camera di mio fratello, stavolta mi sono sporta in avanti e non sono rimasta sull’uscio, e andando avanti ho trovato i due corpi: mia madre era a sinistra del letto con le gambe rivolte verso il cuscino, era a pancia sopra, era pallidissima con gli occhi sbarrati. Mio fratello aveva la testa verso la finestra e le gambe verso il letto. Poi è stata questione di secondi. Mio figlio era dietro di me, siamo usciti fuori e abbiamo chiamato la polizia». Poi è tutto un repertare, interrogare, e incrociare i dati.
Le indagini Era il venerdì santo della pasqua del 2012. Gli uomini della squadra mobile di Marco Chiacchiera insieme al personale della procura della Repubblica diretti dal sostituto procuratore Claudio Cicchella dimentica le festività e si butta a capofitto in un mistero che appare molto difficile da dipanare. Ma i risultati non tardano ad arrivare. Ascoltando i due uomini condannati all’ergastolo e la prostituta amica di Sergio che di fatto ha agito da basista, ricostruiscono tutto l’accaduto. Gli albanesi scappati in patria la mattina dopo il duplice omicidio, al telefono parlano e raccontano. Raccontano tanto. Adesso quelle conversazioni dovrebbero essere trascritte per il processo. Giovedì mattina un’interprete, chiamata per l’incarico, ha detto di non poterlo accettare per motivi di opportunità. Per paura di ritorsioni. Il che getta un’ulteriore ombra inquietante sugli uomini che hanno ammazzato a colpi di martello un ex orafo, la cui unica colpa era custodire dei gioielli in casa.
