La vittima, Hekuran Cumani

Quelle prove portano in tutt’altra direzione. E’ quanto mette nero su bianco la criminologa Roberta Bruzzone in una relazione di parte, depositata nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Hekuran Cumani, tentando così di smontare l’impianto accusatorio della procura che individua in Amri Yassin Hasse, il responsabile dell’omicidio per accoltellamento, durante una rissa nel parcheggio dell’università di Perugia.

Secondo quanto si legge nella relazione, «il quadro indiziario a carico di Amri Yassin Hassen presenta numerose incongruenze, sia sotto il profilo delle testimonianze sia sotto quello delle prove scientifiche».

Sul versante delle dichiarazioni raccolte, la consulenza invita a una lettura prudente dei racconti, ritenendo che il contesto immediatamente successivo ai fatti possa aver inciso sulla qualità delle ricostruzioni. In particolare viene richiamato l’episodio riferito da una persona che, dopo l’evento, avrebbe ospitato Amri. In quella circostanza, secondo la testimonianza riportata, il giovane «appresa telefonicamente la morte di Hekuran Cumani, Amri scoppiò a piangere, pregò in arabo, vomitò e rimase profondamente sconvolto».

Per Bruzzone, questa reazione viene letta in modo differente rispetto a una possibile attribuzione di responsabilità: «Questa reazione non costituisce un indizio di colpevolezza ma appare piuttosto compatibile con lo stato emotivo di chi assiste a un fatto violento senza esserne necessariamente l’autore materiale».

Il nucleo centrale della consulenza si concentra però sulle evidenze genetiche. Nel documento si evidenzia come sul coltello sequestrato siano state rilevate più tracce ematiche, con un quadro complesso: «Sul coltello sequestrato ad Abid Mohamed sono state individuate diverse tracce ematiche: cinque attribuite allo stesso Abid e una riconducibile alla vittima Hekuran Cumani». Viene inoltre sottolineato che «una traccia sulla lama contiene contemporaneamente il Dna di Abid e della vittima, con un supporto statistico definito “estremamente forte” dalle analisi genetiche».

Un elemento ritenuto significativo riguarda l’assenza di riscontri biologici sugli indumenti dell’indagato: «Sugli indumenti di Amri non è stata trovata alcuna traccia biologica della vittima». La consulente interpreta questi dati come incompatibili con una dinamica univoca di attribuzione del gesto: «La contemporanea presenza del sangue di Abid sul manico e sulla lama, insieme al sangue della vittima sulla lama, è compatibile con l’utilizzo di quel coltello dopo il ferimento dello stesso Abid». E ancora, viene evidenziato che «l’unico reperto contenente il sangue della vittima non conduce ad Amri» e che la spiegazione fornita dall’accusa si baserebbe «su due ipotesi alternative tra loro incompatibili», elemento che, secondo la consulenza, «indebolisce la solidità dell’impianto indiziario».

All’interno della ricostruzione vengono richiamati ulteriori testimoni. Una persona che aveva avuto contatti con uno degli altri coinvolti riferisce che, nel corso di una telefonata, sarebbero state pronunciate espressioni come «Vado in prigione» e «Mi sa abbiamo ucciso uno», accompagnate dalla richiesta di assistenza legale. In un altro passaggio vengono citati messaggi e un’intercettazione in cui lo stesso soggetto avrebbe ammesso di aver descritto un’arma «a caso» perché sottoposto a pressione durante gli interrogatori.

Un’ulteriore testimonianza, resa da una persona che osservava la scena da distanza ravvicinata a bordo di un veicolo, descrive un passaggio ritenuto rilevante dalla consulenza: la testimone avrebbe visto uno degli altri giovani «gettare a terra il proprio coltello, che rimase incustodito per alcuni istanti prima di tornare nuovamente nelle sue mani, consegnato da una persona rimasta sconosciuta». Per Bruzzone, questa circostanza introduce una possibile spiegazione alternativa sulla gestione dell’arma e sulla presenza di tracce biologiche.

Ampio spazio è dedicato anche agli accertamenti del laboratorio di scienze Forensi dell’azienda ospedaliera di Terni, eseguiti con metodologie accreditate e con l’ausilio di sistemi probabilistici come EuroForMix. La consulenza sottolinea che «il dato genetico costituisce la prova più oggettiva del procedimento e deve essere interpretato indipendentemente dalle ipotesi investigative».

Sui reperti biologici rinvenuti sugli indumenti dell’indagato si legge che essi contengono esclusivamente «il suo Dna e quello di tre soggetti maschili non identificati, ma nessuna traccia della vittima». Viene inoltre richiamato un principio interpretativo: «Se Amri avesse inferto il colpo mortale sarebbe stato ragionevole attendersi la presenza del sangue della vittima sui suoi vestiti».

Per quanto riguarda il coltello attribuito a uno degli altri soggetti coinvolti, la consulenza evidenzia che «presenta numerose tracce ematiche riconducibili ad Abid stesso e almeno due tracce contenenti anche il Dna della vittima», individuandolo come elemento materiale centrale del fascicolo. In parallelo, viene rimarcato che «nessun elemento biologico collega invece Amri direttamente alla vittima».

Diversa la valutazione sul coltello recuperato nel fiume, indicato come possibile arma del delitto dall’impostazione accusatoria. Secondo la consulenza, «le analisi genetiche non hanno individuato su quell’arma il Dna né della vittima né di Amri né di Abid; inoltre il coltello sarebbe incompatibile, anche dal punto di vista dimensionale, con la ferita mortale».

Gli esami mostrerebbero anche una diffusione del Dna di uno dei soggetti coinvolti su più reperti e sull’autovettura utilizzata, mentre sotto le unghie della vittima non risulta il profilo genetico dell’indagato principale, ma quello di una persona femminile non identificata.

Bruzzone afferma che «il dato genetico non consente di individuare con certezza un diverso autore dell’omicidio», ma al tempo stesso individua quattro elementi ritenuti rilevanti: «L’assenza del Dna della vittima sugli indumenti di Amri; la presenza del sangue della vittima sul coltello attribuito ad Abid; l’assenza del Dna della vittima sul coltello recuperato nel Tevere; la presenza di più soggetti non identificati sulla scena».

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