di Francesca Marruco
«Io sono innocente e non c’entro niente con questo omicidio. Mi dispiace per tutti ma non c’entro niente io in questo caso». A parlare, davanti alla corte d’Assise presieduta dal giudice Mautone, è stato l’albanese Alfons Gjergji, in carcere per il duplice omicidio di Cenerente in cui vennero uccisi madre e figlio, Maria Raffaelli e Sergio Scoscia durante una rapina. L’uomo, che ha scelto di essere processato con un normale processo e non invece in abbreviato come gli altri due albanesi, ha detto che gli altri due si sono messi d’accordo per incolpare lui.
Si sono messi d’accordo «Loro accusano me in questa causa per salvare se stessi: sicuramente hanno deciso in Albania di fare questo. Lo hanno progettato insieme lì per accusarmi. Laska in Albania ha picchiato Anton dicendo che non doveva dire la verità ma solo dire che ero stato io. Lo ha detto anche in tribunale». Il fatto però è che Ndreck Laska, non solo ha accusato Alfons Gjergji di essere colui che materialmente ha ucciso a martellate l’ex orafo Sergio Scoscia, ma ha anche accusato se stesso di avere aiutato Gjergji a tenere fermo e legare Scoscia.
Le tre versioni In particolare i tre uomini fino ad ora hanno dato versioni che non coincidono: Artan Gioka, il fidanzato della Perdoda, la prostituta che disse loro che in quel casolare c’era un orafo e dell’oro, sostiene di aver solo accompagnato Laska Ndrec e Alfons Gjergji al casolare degli Scoscia e di averli aspettati fuori. La sua versione è in parte confermata da Laska. Ha detto infatti che Artan rimase fuori mentre lui e Gjergji entrarono in casa. Ma una volta dentro, fu Gjergji a uccidere Scoscia e l’anziana madre perché ubriaco. Gjergji, che secondo gli altri era venuto da Roma appositamente per la rapina, dice invece che lui rimase a dormire in macchina quella notte e che venne a Perugia a prendere Laska per accompagnarlo in aeroporto a Fiumicino perché doveva rientrare in Albania per Pasqua.
La sua versione «Mi sono incontrato alle sei di pomeriggio con Anton e abbiamo cenato con Marjiana, poi siamo usciti per andare a Roma e poi Laska mi ha detto ‘vado da un amico a prendere i soldi’. Poi è tornato alle cinque di mattina, io intanto mi ero addormentato in auto. Nel viaggio di ritorno a Roma non parlava per niente Laska, era strano, si è fermato una sera casa mia. Voleva assolutamente partire per l’Albania».
L’accusa Ma il pm Claudio Cicchella, che coordinò le indagini della squadra mobile di Perugia diretta da Marco Chiacchiera, ha un’altra ricostruzione dei fatti: Gjergji venne appositamente da Roma perché era quello «esperto» nei furti. Il pomeriggio prima della rapina sfociata in mattanza andò a fare un sopralluogo insieme ai cuoi complici fuori dal casolare di Cenerente e poi entrò in azione quella notte. Quando la polizia sequestrò la sua auto, nascosto nel motore trovarono guanti in lattice, un piede di porco, e altri attrezzi atti allo scasso.«Li usavo per accendere la macchina – ha detto Gjergji in aula – perché non si avviava bene: i guanti servivano per non bruciarmi perché già una volta mi era successo, il cacciavite per avviare il motore, il piede di porco? Non era un piede di porco, ma unaltra cosa che usavo per cambiare le ruote». Il processo è alle battute finali, presto arriverà la sentenza anche per lui.
