Dirigenti dell’Inps nazionali e locali, dipendenti degli uffici di Perugia ma anche personaggi pubblici tra i quali «noti giornalisti ed esponenti politici». Sono più di 800, per la precisione 802, gli accessi abusivi contestati a un ex dipendente dell’Inps di Perugia il cui caso è stato trattato mercoledì di fronte alla Sezione giurisdizionale della Corte dei conti dell’Umbria, presieduta da Giuseppe De Rosa. Per questi accessi infatti, risalenti al 2017, la Procura contabile ha chiesto la condanna a un risarcimento di quasi 7.400 euro a favore di Inps; cifra che fa riferimento alla «lesione del sinallagma contrattuale», cioè al fatto che l’uomo durante il lavoro avrebbe distratto tempo e risorse per presunti scopi personali e illeciti.
Gli accessi Secondo quanto ricostruito in udienza, gli accessi contestati risalgono al periodo che va dal primo gennaio al 10 maggio 2017; accessi effettuati durante l’orario di lavoro e senza alcuna esigenza legata alle mansioni svolte all’interno dell’istituto previdenziale. L’ex dipendente, all’epoca assegnato alla gestione della sala videoconferenze nella sede regionale di Perugia, avrebbe consultato dati personali contenuti nelle banche dati Inps relativi a 141 persone.
Il caso La vicenda nasce da un’indagine interna avviata nel maggio del 2017 dopo che alcuni dipendenti della direzione regionale avevano denunciato ai carabinieri la ricezione di lettere anonime dal contenuto offensivo e intimidatorio, in alcuni casi con riferimenti a minacce di morte. Gli accertamenti tecnici sui sistemi informatici dell’Inps portarono a verificare chi avesse effettuato interrogazioni sulle posizioni dei dipendenti coinvolti. Dall’analisi dei log emerse, secondo quanto riferito in aula, che «l’unico operatore ad avere consultato le informazioni anagrafiche di tutti e quattro gli interessati» era stato l’ex dipendente.
Dirigenti e personaggi pubblici Gli accessi contestati riguardano cinque dirigenti Inps, tra cui il direttore generale pro tempore e dirigenti regionali e provinciali, altri 14 dipendenti degli uffici di Perugia e 118 personaggi pubblici. Le consultazioni erano relative a schede anagrafiche, estratti contributivi e dati previdenziali che consentivano di verificare situazioni contributive, retribuzioni ed eventuali prestazioni erogate dall’istituto. Per la Procura contabile si sarebbe trattato di un’attività sistematica e incompatibile con i compiti istituzionali del dipendente. Il sostituto procuratore generale Francesco Magno ha sostenuto in aula che «l’attività illecita è stata quasi quotidiana per ampi spazi temporali» e che il danno non può essere limitato al semplice tempo necessario per effettuare gli accessi informatici. Da qui la richiesta di risarcimento pari a 7.339 euro, somma calcolata nella misura del 50 per cento degli stipendi percepiti tra gennaio e maggio 2017.
Il processo penale Parallelamente al procedimento davanti alla Corte dei conti restano aperti anche altri filoni. Sul piano penale l’ex dipendente, difeso dall’avvocato Franco Libori, è imputato per accesso abusivo a sistema informatico aggravato e minaccia aggravata in relazione alle lettere anonime. L’Inps si è costituita parte civile chiedendo un risarcimento di 40mila euro complessivi tra danni patrimoniali e danno all’immagine. In sede disciplinare, invece, la sospensione inizialmente fissata in tre mesi era stata successivamente ridotta dalla Corte d’appello di Perugia a dieci giorni.
La difesa Libori mercoledì ha contestato sia la richiesta economica sia la possibilità stessa di procedere per intervenuta prescrizione. Secondo il legale, infatti, i fatti risalgono al 2017 mentre l’azione della Procura contabile è stata avviata nel 2025, oltre il termine dei cinque anni previsto dalla legge. La Procura sostiene invece che la prescrizione sia stata interrotta dalla costituzione di parte civile dell’Inps nel processo penale nel 2020. Nel corso dell’udienza la difesa ha anche evidenziato che «non vi è alcuna sentenza che accerti la responsabilità» dell’ex dipendente nel procedimento penale ancora in corso e ha respinto l’ipotesi che le lettere anonime siano state spedite durante l’orario di lavoro.
Il danno economico Contestata anche la quantificazione del danno economico. Per l’avvocato non esisterebbe alcuna prova sulla reale durata delle consultazioni informatiche, che «potrebbero essere durate solo un minuto ciascuna». La difesa ha quindi chiesto, in subordine, una riduzione dell’eventuale risarcimento a circa 1.467 euro, cifra calcolata sulla base di circa 66 ore complessive di accessi.
