«Non ho ucciso. Non ho stuprato. Non ho rubato. Non ho tramato. Non ho istigato. Non ho ucciso Meredith. Non ho partecipato alla sua uccisione. Non ho avuto nessuna conoscenza precedente o speciale di quanto accaduto quella notte. Non c’ero e non avevo niente a che fare. Non sono presente in aula perché ho paura della veemenza dell’accusa». A scriverlo, in una email letta stamattina alla Corte d’Assise d’Appello di  Firenze, in cui è in corso il processo bis ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito, sono stati i difensori di Amanda.  Ma il presidente della Corte Alessandro Nencini ha detto che «Chi vuol parlare nei processi viene nei processi. Queste non sono dichiarazioni spontanee».

Nessuna prova «Nessuna prova scientifica – scrive ancora Amanda Knox – mi rintraccia nella camera da letto di Meredith, perché non c’ero e non ho partecipato a questo crimine. L’assassino ha lasciato tracce abbondanti  della sua presenza sulla scena brutale. Nessuna prova scientifica mi rintraccia nella scena stessa brutale. L’accusa ha fallito a spiegare come avrei potuto partecipare all’aggressione omicidio senza aver lasciato nessuna traccia genetica. Questo è perché è impossibile . E’ impossibile identificare e distruggere tutte le tracce genetiche di me stessa. O c’ero o non c’ero e l’analisi della scena del crimine risponde a questa domanda: io non c’ero».

Potevo scappare «Il mio comportamento dopo la scoperta dell’omicidio indica la mia innocenza. Non ho scappato dall’Italia mentre avevo l’opportunità. Sono rimasta a Perugia    aggiunge Amanda – e rispondevo alla chiamata della polizia per più di 50 ore in quattro giorni, convinta di poterli aiutare a trovare il colpevole. Mai avrei pensato che avrebbero usato la mia ingenua spontaneità per supportare i loro sospetti».

Abuso ingiusto e maligno «Non ho nascosto i miei sentimenti: quando avevo bisogno di conforto Raffaele mi abbracciava» scrive ancora Amanda Knox nella lettera letta stamattina dai suoi legali Luciano Ghirga e Carlo Dalla Vedova alla corte d’Assise d’Appello di Firenze, in occasione della loro arringa. «entrando in questura – spiega Knox – non avevo nessuna coscienza della mia posizione legale. Ventenne e sola in un paese straniero”. Amanda elenca anche gli aggettivi con cui è stata chiamata durante i processi: “ in aula sono stata chiamata niente meno che : Fura, manipolatrice, gatta morta, incapace, falsa, adultera, drogata, mischia esplosiva di droga e sesso, assassina, demone, calunniatrice, depravata, promiscua, lupo travestita da pecora’. Immaginate – esorta Knox – un simile abuso ingiusto e maligno perpetrato contro voi stesso o contro vostra figlia ventenne».

Confessione falsa «Gli investigatori mi hanno fatto firmare una ‘confessione’ falsa che era priva di senso e non avrebbe dovuto essere considerato una prova legittima. In questa dichiarazione frammentata, gli investigatori hanno identificato Patrick Lumumba come l’assassino perche avevano scambiato degli Sms. Ero innocente e non ho mai previsto di dover subire una tortura psicologica – aggiunge Knox -. Ero interrogata in una lingua che conoscevo appena e senza un difensore. Mi hanno mentito, urlato, minacciato, dato due scappellotti sulla testa. Mi hanno detto che avevo constatato l’uccisione di Meredith e che soffrivo di amnesia . Mi hanno detto che non avrei mai più rivisto la mia famiglia se non riuscivo a ricordare cosa fosse successo a Meredith. Dobbiamo riconoscere che una persona può essere portata a confessare perché torturata psicologicamente».

Interrogatorio illegale «L’interrogatorio  – scrive ancora Amanda nella sua email letta stamani in aula a Firenze – era illegale e ha prodotto una ‘confessione’ falsa che ha dimostrato la mia non- coscienza del crimine. Le memoriali seguenti, per cui sono stata ingiustamente condannata per calunnia, non hanno ulteriormente accusato, ma invece hanno ‘ritrattato’ la  mia confessione falsa. Dopo più di 50 ore di interrogatorio in quattro giorni,

Ingiustizie contro di me «L’Accusa e le parti civili stanno commettendo delle ingiustizie contro di me perché non riescono ad ammettere, anche a se stessi , che hanno sbagliato terribilmente. Abbiamo visto che l’accusa ha saltato alle conclusioni dall’inizio dell’investigazione: hanno interrogato e arrestato degli innocenti e hanno detto ‘ il caso è chiuso’, prima che le prove scientifiche potessero essere analizzate, prima di controllare gli alibi»

Più facile condannare un mostro Nella sua mail Amanda Knox, parla di «prova inventata» riferendosi alla convinzione dell’accusa che lei andasse in giro col coltello da cucina di Raffaele Sollecito poi sequestrato in casa dello studente barese. «Non avendo altro – scrive Knox nella lettera che ha inviato tramite mail alla Corte d’Assise d’Appello di Firenze – all’accusa non rimaneva che inventare le prove». E attacca ancora accusa e parti civili dicendo che «hanno creato e sostenuto questo assassinio di carattere perché non avevano altro da presentare. Non hanno prove, logica, né fatti. Hanno solo le loro calunnie contro di me, le loro personali opinioni su di me. Vogliono che pensiate che io sia un mostro perché è più facile condannare un mostro»

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