di Fabio Toni

Si è conclusa positivamente e con una vittoria piena della diplomazia italiana la vicenda dei tre cacciatori – i ternani Piero Giacomini (57 anni), Stefano Colalelli (50) e il reatino Lorenzo Angeletti (59) – arrestati lo scorso 13 novembre a Bujanovac (Serbia). I tre, diretti in Grecia, erano stati fermati dalla polizia a pochi chilometri dal confine con la Macedonia per un normale controllo da cui era risultata l’assenza dei documenti relativi alle armi e alle munizioni possedute.

Liberi Lunedì mattina – dopo 25 giorni trascorsi all’interno del carcere serbo di Vranje – il giudice li ha rimessi in libertà, scagionandoli completamente da qualsiasi accusa. I tre sono già sulla strada che li riporterà in Italia.

Assolti La decisione è giunta al termine dell’udienza dibattimentale fissata per lunedì mattina: il giudice, in base alla documentazione giunta dall’Italia, ha ritenuto i tre completamente estranei rispetto alle contestazioni inizialmente mosse dalla polizia di frontiera. Allo stesso modo non è stata riscontrata alcuna violazione ‘minore’, tanto che i tre cacciatori non dovranno versare alcuna sanzione amministrativa. Una conclusione positiva per una vicenda lunga e decisamente pesante, soprattutto perché scaturita da una banale ‘dimenticanza’.

Ruolo-chiave Decisivo, per il buon esito finale, l’intervento della struttura diplomatica italiana a Belgrado che ha seguito da vicino l’intera vicenda: «Come ambasciata – spiega il dottor Alessandro Neto, Primo segretario dell’ambasciata italiana e Console in Serbia – abbiamo seguito quotidianamente la vicenda in stretto raccordo con i ministeri serbi della Giustizia e degli Interni, sottolineando l’interesse della struttura verso gli esiti del processo. Non possiamo che accogliere positivamente la decisione finale del giudice – spiega il Console – che ha messo la parola fine, riconoscendo la totale estraneità dei nostri connazionali. Ciò a maggior ragione, considerando la piega iniziale presa dal procedimento giudiziario, non corrispondente alla realtà dei fatti. L’ambasciata e il consolato, in questo senso, hanno avuto un ruolo importante nel portare il caso dei tre cacciatori all’attenzione diretta del governo serbo».

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