La Procura generale di Perugia introduce nuove regole per la comunicazione istituzionale degli uffici requirenti del distretto. Con un decalogo firmato dal procuratore generale Sergio Sottani, viene stabilito che nei comunicati stampa «è fatto divieto di indicare la nazionalità dell’indagato, salvo che ciò risulti strettamente indispensabile per specifiche e motivate ragioni di interesse pubblico». La disposizione rientra tra le misure dedicate alla tutela della persona e dei dati sensibili.
Il documento richiama inoltre i principi di oggettività, sobrietà e rispetto della presunzione di non colpevolezza. Per arresti e sequestri, prima dell’eventuale convalida del giudice, le comunicazioni dovranno limitarsi alla sola notizia del provvedimento, evidenziandone il carattere provvisorio. Nei rapporti con i media vengono inoltre ribaditi i principi di parità di accesso alle informazioni, assenza di canali privilegiati ed equilibrio nelle dichiarazioni.
La direttiva ha suscitato la reazione del segretario della Lega Umbria, Riccardo Augusto Marchetti, che ha annunciato la presentazione di un’interrogazione al ministro della Giustizia. Secondo l’esponente leghista, l’esclusione della nazionalità dai comunicati «riduce il livello di trasparenza dell’informazione istituzionale» su un tema come la sicurezza. Marchetti sostiene che la nazionalità rappresenti «un dato oggettivo» e richiama alcune statistiche sulla criminalità per motivare la propria posizione, precisando di non voler «criminalizzare un’intera comunità», ma chiedendo che il Governo chiarisca le ragioni della direttiva.
Il senatore umbro del Partito Democratico Walter Verini interviene definendola «un fatto di grande valore giuridico e civile». Secondo Verini, per anni molti organi di informazione hanno evidenziato la nazionalità solo quando gli indagati erano stranieri, contribuendo ad alimentare una narrazione discriminatoria. Il parlamentare critica quindi le dichiarazioni di un deputato umbro leghista («non faccio il nome – dice – perché italiano e bianco, come farebbero i giornali della sua area) che ha contestato la direttiva invocando il diritto a un’informazione completa. Per Verini si tratta di una posizione «ipocrita», perché, sostiene, è lo stesso Governo, insieme alle linee guida del Csm sulla comunicazione giudiziaria, ad aver introdotto regole che limitano le informazioni contenute nei comunicati delle procure. A sostegno della sua tesi, il senatore cita un recente comunicato della Procura di Reggio Calabria, composto quasi esclusivamente dall’elenco degli articoli di legge contestati agli indagati, sostenendo che questo rappresenti un esempio concreto delle limitazioni oggi esistenti. Da qui la domanda polemica rivolta alla Lega: perché non contestare queste restrizioni all’informazione e concentrare invece le critiche sulla mancata indicazione della nazionalità degli indagati? Secondo Verini, il rischio è che il tema venga utilizzato per alimentare paure e insicurezze anziché affrontarne le cause.


