Un ambulatorio (Foto archivio Fabrizio Troccoli)

di Ivano Porfiri

E’ morta di tumore in seguito alle radiazioni subite mentre lavorava nel reparto di Urologia ma il risarcimento è arrivato molti anni dopo il decesso. La triste storia riguarda una ex dipendente di una Usl  umbra e oggi la procura regionale della Corte dei conti individua come responsabili del danno erariale da oltre un milione di euro gli amministratori dell’azienda sanitaria.

Sanità nel mirino E’ solo uno degli esempi di mala gestio di denaro pubblico che hanno portato la procura della Corte dei conti ad aprire fascicoli. E molti riguardano proprio la sanità. Ad esempio, i casi di “malasanità”, cioè di lesioni sanitarie scaturite in richieste di risarcimento danni, nel 2013 hanno causato un danno erariale stimato in un milione e 72 mila euro. Così come ci sono diversi casi di violazione sulla normativa sull’intramoenia, come quella di un medico di Ematologia dell’Ospedale di Perugia che visitava a casa sua percependo indebitamente oltre 43 mila euro.

Il caso dell’infermiera Ma il caso più eclatante che balza agli occhi nella relazione annuale della procura contabile è quello dell’infermiera in servizio nel reparto di Urologia dell’ospedale dal 1972. Secondo la ricostruzione della procura della Corte dei conti, la donna lavorava anche in sala operatoria «dove si faceva uso di apparecchiature emittenti radiazioni ionizzanti». Nel 1985 l’infermiera è stata sottoposta a un intervento di mastectomia per un «adenoma alla mammella destra» e pochi mesi dopo le veniva riconosciuta un’invalidità del 50%. Meno di un anno dopo, nel luglio 1986, la stessa Usl le certificava la «inidoneità», a seguito della quale lei chiede il trasferimento in un altro reparto. Ciò non avviene, anzi nel gennaio successivo il direttore sanitario scrive al servizio di Fisica sanitaria del policlinico di Perugia chiedendo, tra l’altro, «di sospendere l’invio della piastrina dosimetrica della dipendente, essendo dichiarata non idonea dal medico autorizzato». La piastrina misura l’esposizione alle radiazioni, che poi serve a classificare i dipendenti potenzialmente a rischio.

Trasferimento negato Nell’aprile 1988 l’infermiera viene, intanto, sottoposta a nuovo intervento per ricostruzione della mammella. A novembre lei chiede il riconoscimento di infermità come causa di servizio. Nel 1990 la Usl riconosce l’aggravamento dello stato di salute, alzando l’invalidità all’80%. Ma nonostante ciò, di nuovo viene negato il trasferimento in un altro reparto. Quindi la donna continua a lavorare alle medesime mansioni con esposizione a radiazioni ionizzanti fino al 1993. Il trasferimento avverrà solo nel gennaio 1994, a seguito di un esposto presentato all’Ispettorato del lavoro. La donna muore nell’agosto 1997.

Mega risarcimento Da allora inizia la trafila giudiziaria che porterà il tribunale di Terni a condannare la Usl a pagare 930 mila euro più gli interessi maturati dal ’97 all’unico erede della donna. Già, perché il risarcimento arriva nel 2008, ben 11 dopo la fine del calvario dell’infermiera. Poi, nel 2011 la corte di appello di Perugia riforma la sentenza, riducendo la cifra a 650 mila euro.

La perizia A partire da ciò, la procura presso la Corte dei conti ha aperto un’istruttoria per danno erariale nei confronti degli amministratori della ex Usl per le «condotte omissive e negligenti nell’esercizio delle loro funzioni» per aver «cagionato un danno alla struttura sanitaria». In particolare, secondo la sentenza del tribunale, il perito tecnico ha stabilito  la «relazione eziologica» tra radiazioni e la formazione del tumore. Per il perito, la prosecuzione all’esposizione della dipendente alle radiazioni aveva comportato una «sommazione delle conseguenze dannose prodotte dalle radiazioni stesse con l’aggravante del mancato riconoscimento di un eventuale picco di sovraesposizione per l’assenza di controllo tramite la piastrina dosimetrica e il controllo ambientale». Il perito conclude che «se il divieto di esposizione alle radiazioni ionizzanti della dipendente comminato dal medico autorizzato nel 1986 fosse stato rispettato l’evoluzione della malattia avrebbe assunto caratteristiche di decorso ed evolutive di minore aggressività». Perciò, per la Corte, l’esposizione alle radiazioni della donna deve considerarsi «uno dei fattori concausali che ha condotto la stessa al decesso».

Beffa dopo il danno La procura della Corte dei conti rimarca come «la direzione della Usl era certamente a conoscenza della vicenda» e pertanto «la responsabilità colposa dell’evento è imputabile al datore di lavoro». Il danno erariale complessivo viene stimato in un milione e 38 mila euro, cifra che a tanti anni dalla morte della povera infermiera dà solo le dimensioni della beffa dopo il danno.

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