(foto Fabrizi)

di Enzo Beretta

Un profitto ingiusto di 5.996.858 euro. Di questo parlano le carte della procura di Perugia che nel massimo riserbo sta portando avanti l’inchiesta su Umbria mobilità. Secondo l’accusa sono due i ministeri indotti in errore riguardo i presupposti per la concessione del contributo in favore della Regione Umbria: si tratta del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e del Ministero dell’economia e delle finanze. A poco meno di sei milioni, dunque, ammonta l’importo erogato alla Regione per il servizio di mobilità locale. Soldi – secondo la procura – non dovuti.

La presunta truffa di Natale Per il pubblico ministero l’ipotizzata truffa si è materializzata a metà dicembre 2015 quando è stata accreditata la somma sul conto di tesoreria della Regione in Banca d’Italia. Come è stato possibile tutto ciò? Il magistrato inquirente è convinto che la contabile di Busitalia Sita Nord abbia inserito via computer, nella banca dati dell’Osservatorio Tpl, dati alterati che le sono stati forniti anche dal dirigente regionale Lucio Caporizzi (già presidente di Umbria mobilità e attuale direttore regionale programmazione, innovazione e competitività dell’Umbria). Numeri – ancora secondo l’accusa – che non erano riconducibili agli effettivi ricavi da traffico e al corrispettivo di servizio maturato nel 2012 dalle aziende umbre di trasporto pubblico locale.

Indotti in errore Attraverso quell’alterazione i ministeri sarebbero stati indotti in errore riguardo l’erogazione. Insieme a Caporizzi e Pittoni sono indagati anche Renato Mazzoncini (già ad di Busitalia Sita Nord nonché attuale amministratore delegato di Ferrovie) e Franco Viola (ex amministratore delegato di Umbria mobilità esercizio, ora manager di Busitalia Veneto). Gli indagati – tra i difensori ci sono Luca Gentili, Francesco Falcinelli e Maria Mezzasoma – hanno rivendicato la correttezza del loro operato. Spiega Gentili: «Il problema è dove porre le poste, se sopra o sotto… In realtà più che gonfiare il denominatore volevano smagrire il numeratore (l’effetto non cambia) perché alcune poste inserite sopra non dovevano starci. Molto più interessante – conclude il difensore di Caporizzi – è che nel capo di imputazione è sparito il reato di falso, segno che almeno in parte gli inquirenti hanno capito che non è stato artefatto alcunché».

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