di M.C.
Tre anni e sei mesi per l’ex sindaco di Stroncone, Nicola Beranzoli, ma anche per Adriano Rossi, direttore dell’Arpa. E tre anni per gli imprenditori Massimo Scerna, titolare della Ecorecuperi, e Terenzio Malvetani.
Incendio alla Ecorecuperi di Vascigliano Queste le richieste di condanna formulate dal sostituto procuratore della Repubblica Elisabetta Massini per l’incendio alla Ecorecuperi di Vascigliano, divampato nel luglio 2009. Alla requisitoria del magistrato, conclusasi intorno alle 11.40, ha fatto seguito l’intervento degli avvocati di parte civile e l’arringa delle difese. A Scerna viene contestato di aver stipato impropriamente un quantitativo di materiale di scarto ben superiore al consentito, mentre agli altri tre di aver tentato di minimizzare gli effetti del rogo. L’udienza di fronte al collegio dei giudici (presidente Zanetti, a latere Tordelli e Michiorri) è in corso. Il collegio dei giudici, dopo l’ascolto delle difese in programma nel pomeriggio, rinvierà l’udienza al prossimo 9 aprile per le repliche e la camera di consiglio per la sentenza.
La verità di Scerna e Rossi Prima delle requisitoria del pm Massini il titolare della Ecorecuperi, Massimo Scerna, ha preso la parola, ricostruendo le vicende dell’azienda negli anni precedenti al 2 luglio 2009, giorno dell’incendio. «Ad ottobre 2007 – ha spiegato Scerna – un provvedimento cautelare ha chiuso l’unica discarica in Italia che potesse trattare i nostri rifiuti, quella di Brescia. Così siamo andati in difficoltà nella gestione dei rottami, e abbiamo dovuto investire dei soldi per ovviare a questa situazione. In quel periodo tra l’altro ci sono stati 7 incendi in tutta Italia in aziende con le nostre stesse caratteristiche. In più, in un esposto presentato da un privato alla procura di Terni e al Noe di Perugia e Napoli, era stato segnalato che il nostro deposito sarebbe stato dato alle fiamme da lì a pochi mesi». Adriano Rossi, direttore dell’Arpa, ha invece spiegato quali sono stati i meccanismi con cui il suo ente si è mosso immediatamente dopo l’incendio. «Da subito abbiamo attivato un tavolo in prefettura, con le altre istituzioni, per monitorare la situazione al meglio. Sono stati effettuati i prelievi necessari e i risultati sono stati comunicati a chi di dovere sin da subito».
La requisitoria del pm Poi è stata la volta della requisitoria del pm Massini. «Della pericolosità del materiale tutti erano a conoscenza, anche perché questa stessa procura si era già interessata al materiale trattato dalla Ecorecuperi in altri procedimenti. La chiusura della discarica di Brescia non può rappresentare una giustificante per l’aver accatastato materiale oltre il consentito, come invece è avvenuto. Per quanto riguarda gli amministratori, c’è stata una volontaria minimizzazione del problema ambientale scaturito dall’incendio». Secondo il pm l’aver stipato un quantitativo di materiale maggiore rispetto al consentito avrebbe rallentato l’efficacia dell’intervento dei vigili del fuoco, fatto sì che le fiamme divampassero più velocemente, e impedito l’efficacia del sistema antincendio. Sulle cause scatenanti l’incendio la Massini ha sottolineato che «resterà un punto oscuro».
«Totale asservimento» Sul fronte delle responsabili dei rappresentanti istituzionali, la Massini ha sostenuto che il campionamento e le analisi dovevano essere portate avanti con diverse tipologie rispetto a quelle utilizzate. Il sostituto procuratore ha poi posto l’attenzione sulle intercettazioni telefoniche inserite nel faldone di indagini, che proverebbero «un totale asservimento del sindaco Beranzoli nei confronti di Malvetani», ritenuto «una istituzione a Stroncone», il quale si sarebbe mosso affinché alcuni terreni di suo interesse non fossero inseriti nelle zone poi dichiarate colpite dagli agenti inquinanti.
Le difese La parola è passata poi alle arringhe della difesa. Per il sindaco Beranzoli in aule c’erano i due legali Manlio Morcella e Marco Angelini. «Il nostro assistito – hanno dichiarato – ha agito sempre in base alle risultanze tecniche avute da Arpa e Usl. Non si è mai discostato da esse. Per questo manca la prova che abbia commesso qualsivoglia comportamento non a norma. Il nostro assistito è totalmente estraneo ai fatti contestati». «L’incendio – ha spiegato l’avvocato Fabio Militoni in difesa di Scerna al termine dell’udienza – è stato doloso e non colposo. L’antincendio inoltre era stato verificato il venerdì precedente al fatto ed era funzionante. Tutto inoltre era autorizzato, quando c’è stato l’incendio la ditta poteva lavorare perché aveva avuto 90 giorni di tempo per poter smaltire il materiale. il termine quindi sarebbe scaduto ad agosto». «Nell’accusa – ha spiegato l’avvocato Francesca Ghetti per Malvetani – si citano riunioni a cui il mio assistito non ha nemmeno partecipato. Le telefonate prese in esame nelle indagini inoltre partono dal 18 agosto in poi, quando i parametri per la delimitazione dei terreni non erano stati più modificati. In più, le telefonate vengono totalmente inascoltate, facendo quindi crollare le ipotesi accusatorie».
Parte civile In aula anche le parti civili, vale a dire una quarantina tra allevatori, agricoltori e privati, più i ministeri di Ambiente e Interno, la confederazione italiana agricoltori umbra e il Comune di Stroncone. A rappresentarli gli avvocati Federico Belloni, Federica Bigi, Massimo Farnesi, Francesca Abbati, Valentino Viali, Leonardo Capri, con Francesca Morici per i due ministeri, Carla Archilei per la Cia. Nel processo anche il Comune di Stroncone e Arpa Umbria come responsabili civili.
