La temperatura rilevata nel centro per la didattica della facoltà di Medicina all'interno dei laboratori di ricerca

Nei laboratori si arriva a lavorare con temperature comprese tra 32 e 34 gradi, quando molte attività di ricerca e diagnostica richiederebbero ambienti stabili tra 22 e 24 gradi. Succede ancora nel Centro didattico della facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università degli Studi di Perugia, all’interno dell’area dell’ospedale Santa Maria della Misericordia, dove il malfunzionamento dell’impianto di climatizzazione continua a creare disagi che il personale definisce ormai cronici.

Una situazione già denunciata in passato e che, secondo quanto riferito da ricercatori e tecnici, non sarebbe mai stata definitivamente risolta. Con l’arrivo delle alte temperature estive il problema si ripresenta puntualmente, fino a rendere difficile lo svolgimento delle attività didattiche, di laboratorio e di ricerca.

Non si tratta soltanto del disagio di lavorare in ambienti surriscaldati. Nel Centro didattico hanno sede laboratori universitari di ricerca e diagnostica, aule per la formazione degli studenti e attività sanitarie universitarie, tra cui l’odontostomatologia. Molte delle procedure che vi vengono svolte richiedono condizioni ambientali rigorosamente controllate, perché temperatura e umidità rappresentano variabili che incidono direttamente sull’attendibilità dei risultati.

Secondo quanto riferito dal personale, numerosi protocolli diagnostici sono calibrati per funzionare a temperature comprese tra 22 e 24 gradi. Nei giorni più caldi, invece, all’interno dei laboratori si raggiungono valori ben superiori, fino a 34 gradi. Le conseguenze, purtroppo, non riguardano soltanto il comfort degli operatori.

«Una reazione enzimatica progettata per lavorare a una determinata temperatura impiega circa trenta minuti per svilupparsi. Se la temperatura ambientale sale fino a 34 gradi, la stessa reazione può completarsi in pochi minuti, alterando completamente il risultato. In queste condizioni il dato non può essere considerato attendibile», spiegano dal Centro didattico.

Per questo motivo alcune attività vengono sospese oppure rinviate. In altri casi il personale è costretto a interrompere le procedure perché non sarebbe possibile certificare la validità dei risultati ottenuti.

Le criticità interessano anche attività diagnostiche considerate di riferimento regionale. Tra queste, secondo quanto riferito dal personale universitario, rientrano anche esami specialistici per il monitoraggio delle terapie dei pazienti affetti da emofilia. Quando le condizioni ambientali non consentono di garantire la qualità delle analisi, alcuni pazienti vengono indirizzati verso strutture di regioni limitrofe.

Le ripercussioni investono anche la ricerca scientifica. Molti reagenti utilizzati nei laboratori hanno costi elevati e devono essere impiegati entro rigorosi intervalli di temperatura. Se il protocollo viene interrotto o il materiale viene esposto a condizioni non compatibili con le specifiche tecniche, il reagente deve essere eliminato, con conseguente danno economico e necessità di ripetere l’intera procedura.

Accanto al problema della climatizzazione si aggiungono i frequenti disservizi elettrici. Secondo il personale che ha parlato con Umbria24, nei giorni scorsi si sono verificati brevi blackout. Episodi che provocano l’arresto improvviso delle apparecchiature e obbligano spesso a riavviare strumenti e procedure. Molto più grave sarebbe stato invece il guasto verificatosi alcune settimane fa, quando un problema al gruppo di continuità avrebbe provocato un’interruzione dell’alimentazione elettrica durata oltre ventiquattro ore. L’episodio avrebbe coinvolto frigoriferi e congelatori destinati alla conservazione di campioni biologici, reagenti e materiali di ricerca. «Abbiamo dovuto trasferire il contenuto nei frigoriferi di emergenza per evitare di perdere il materiale», raccontano gli operatori.

Anche oggi, spiegano, i congelatori lavorano in condizioni critiche. La stanza destinata alla loro collocazione raggiunge temperature superiori ai 30 gradi e gli apparecchi entrano frequentemente in allarme perché costretti a funzionare continuamente per mantenere le basse temperature interne. Il personale è quindi costretto a monitorarli costantemente e, quando necessario, a trasferire il contenuto nei sistemi di backup.

Le criticità non riguardano soltanto le apparecchiature scientifiche. Secondo le testimonianze raccolte, il caldo negli ambienti di lavoro diventerebbe in alcuni momenti insopportabile. C’è chi anticipa l’uscita dal servizio quando le condizioni lo consentono e chi, pur di garantire un minimo di circolo di aria si vede costretto ad aprire le finestre, con il paradosso che nelle ore più calde dell’estate entra aria ancora più calda.

Il personale riferisce inoltre che il problema sarebbe aggravato dalla gestione degli impianti. Secondo quanto viene raccontato, il sistema di climatizzazione subirebbe anche alcune interruzioni dal venerdì pomeriggio fino al lunedì mattina, una scelta motivata con esigenze di contenimento dei consumi che renderebbe ancora più difficile riportare gli ambienti alle temperature necessarie all’inizio della settimana lavorativa. Metodo che sul fronte del reale risparmio energetico lascia spazio a perplessità.

Se la si provasse, non sarebbe la prima volta che si tenta una soluzione provvisoria. Due anni fa, ricordano alcuni dipendenti, venne installato un impianto esterno di climatizzazione a noleggio che riuscì a mantenere le temperature entro i limiti richiesti dai laboratori. L’intervento dimostrò che il problema poteva essere contenuto, ma la soluzione non è mai diventata definitiva. Oggi, riferiscono gli stessi lavoratori, anche quell’impianto non sarebbe utilizzabile a causa di un guasto.

Le segnalazioni ai competenti uffici tecnici, assicurano i lavoratori, si susseguono da anni senza che si sia arrivati a un intervento risolutivo. «Arrivano i tecnici, ma spesso sembrano più disorientati di noi. Si interviene sull’emergenza, senza affrontare il problema strutturale dell’impianto».

Una situazione che, secondo chi lavora quotidianamente nel Centro didattico, non produce soltanto disagio per il personale, ma rischia di incidere sulla continuità delle attività scientifiche, sulla qualità della ricerca e sulla possibilità di garantire prestazioni diagnostiche che richiedono condizioni ambientali rigorosamente controllate.

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