Tratto dal quotidiano La Nazione, pezzo a firma di Enzo Beretta
«Io a Bolzaneto c’ero. E avrei tanto voluto non esserci». Michele Brachini, perugino di 36 anni, nel 2001 era a Genova per contestare i potenti del G8. «Ero coi miei amici alla scuola Polclin, tirava una brutta aria e mentre aspettavamo il taxi per andarcene le forze dell’ordine hanno fatto irruzione e ci hanno portato via».
Avete chiesto il motivo?
«Nessuna risposta. Mi hanno fatto sdraiare sul cellulare dei carabinieri, vicino ai loro anfibi, con gli scudi appoggiati sopra il corpo. Facevano battute…».
Che tipo di battute?
«Indossavo una maglia verde con la scritta Ezln e un militare, in tenuta antisommossa, mi mostrava un foulard nero con l’aquila e il motto ‘Boia chi molla’. Mi provocava: ‘Sai che significa?’».
Finché arrivi a Bolzaneto.
«Continuavo a non sapere perché. L’ipotetico motivo dell’arresto l’ho letto dopo sui fogli del carcere: un furgone carico di oggetti contundenti sarebbe entrato nella scuola. Non era vero niente».
Cosa è accaduto in cella?
«Ci hanno costretto a stare in piedi per due giorni con le mani appoggiate al muro. Non potevamo distogliere lo sguardo dalla parete altrimenti erano botte, sputi e offese. Aleggiava un clima di terrore».
Con cosa siete stati picchiati?
«Neppure lo so, coi manganelli di sicuro, sentivo solo dolore. Credevo di morire, sarebbe stato meglio delle torture».
Sei stato risarcito?
«Neppure con un centesimo».
Quale è il ricordo peggiore?
«In tv sono state mostrate le immagini del carcere di Abu Ghraib, quando lasciavano i cani legati a pochi centimetri dai detenuti. Lo hanno fatto anche con noi. E’ stata una violenza fisica e psicologica, col tempo riaffiorano particolari che pensavo di aver rimosso. Per questo non ho voluto vedere Diaz».
Brachini lavora come barista in un autogrill. Il suo legale, Giancarlo Viti, spiega: «E’ rimasto traumatizzato da quell’esperienza. Pur rientrando nell’elenco delle persone offese stilato dalla procura di Genova ha preferito non costituirsi parte civile». Per tentare di dimenticare.


Ha fatto male, altro che dimenticare. Dimenticare tanto male significa prostrarsi a questa gentaglia, che merita di andare a fare la fame per strada, invece di continuare a lavorare, pagata dai nostri soldi.