Il pm Claudio Cicchella ( foto F. Troccoli)

di Francesca Marruco

Facevano credere che con i loro riti e i loro amuleti si potesse cacciare la «negatività». Attiravano persone deboli, con problemi psicologici o di salute e li tenevano in pugno, facendosi pagare profumatamente per le loro «prestazioni». E’ per questo che cinque persone di Foligno, quattro donne e un uomo tutte parenti tra loro, difese dagli avvocati Daniela Paccoi, Gianvito Ranieri e Domenico Cancellieri, sono state condannate a pene che vanno da un anno di reclusione a tre anni e dieci mesi per truffa aggravata in concorso. Condannate inoltre a pagare provvisionali per 120 mila euro complessivi. Le parti civili avevano chiesto 2,5 milioni di euro.
L’avvio dell’indagine Tutto partì dalla denuncia di una donna in difficoltà che pagò 2000 euro per un amuleto ad un gruppo di persone che gestiva il banco di fiori davanti al cimitero di Foligno. Da lì gli inquirenti diretti dal pubblico ministero Claudio Cicchella che aveva chiesto pene più alte, hanno ricostruito un’ ingente truffa: i cinque, a forza di vendere amuleti, togliere fatture, allontanare negatività, avrebbero racimolato una somma che si aggira intorno al milione di euro. Una donna in particolare era diventata totalmente dipendente da queste persone: lei, gravemente malata, era caduta nella trappola del malocchio e della negatività e si era messa nelle loro mani in cerca di aiuto.
Il figlio in pericolo Si era lasciata convincere che se non avesse fatto smettere di guidare il figlio, sarebbe rimasto vittima di un grave incidente mortale. O anche che lo stesso figlio era in grave pericolo perché rischiava di essere rapito. Le fiamme gialle nell’auto dell’unico uomo imputato hanno rinvenuto un foglio in cui accanto a varie voci erano scritte delle somme tra cui «sorveglianza M. per 10 anni, euro 50.000» o «sorveglianza per 4 persone per 10 anni, 900 euro al giorno, 90.000 euro» e ancora «sorveglianza per 30 giorni e sventato rapimento 40.000 euro».
Il mutuo In più sempre la stessa donna si era accollata, diventandone cointestataria, un mutuo di 135 mila euro stipulato da una delle imputate. Per non parlare dei tanti assegni staccati, o dell’automobile che, tolta al ragazzo in grave pericolo finì per essere usata da una delle imputate; o ancora dell’appartamento che la malcapitata donna vendette loro per appena 63.000 euro che sarebbero stati pagati a 5 anni dalla stipula del contratto. Le persone truffate si erano costituite parte civile nel processo con gli avvocati Guido Bacino, Claudio Franceschini e Stefano Cerquetti.

Le condanne Il tribunale di Perugia in composizione collegiale, giudici Giancarlo Massei, Paolo Micheli e Daniele Cenci,  ha emesso condanne che vanno da un anno a tre anni e dieci mesi di reclusione. La condanna più alta è toccata a Giuseppina Pocceschi, tre anni e dieci mesi, di cui quattro condonati. Un anno e otto mesi invece sono stati inflitti a Pocceschi Daniele, un anno e mezzo ad Amalia Ventura, un anno a Piera Pocceschi e uno a Emilia Pocceschi.

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