di F. T.
Un interrogatorio drammatico, fatto di ammissioni e mezze verità, avvolto da una cappa di rabbia. Quella che Franco Rinaldi ha covato per mesi, sfogata in un piano assassino studiato a tavolino da uno che assassino non era. Almeno fino a lunedì mattina.
Risposte Da Franco Rinaldi, a poche ore dal delitto, ci si poteva aspettare la classica scena muta. Utile a prendere tempo, a non scoprire troppo il fianco. Invece l’uomo – 48 anni – davanti al sostituto procuratore Elisabetta Massini che lo ha interrogato lunedì pomeriggio in questura – ha sostanzialmente ammesso le proprie responsabilità.
Ammissioni L’ipotesi iniziale, quella della classica ‘scena muta’, è svanita di fronte all’incalzare del pm. Il legale dell’operaio 46enne – l’avvocato Riccardo Falocco – parla di «un uomo confuso e provato», che «ha risposto parzialmente alle domande, senza ammissioni esplicite». Il quadro indiziario resta in ogni caso grave e sembra contenere i tratti tipici della premeditazione. Dalla meticolosa preparazione, all’attesa fuori dall’abitazione di via del Fringuello. Fino alla tuta bianca, alla maschera, ai guanti, ai copriscarpe indossati per compiere il delitto. E il martello, l’arma che aveva scelto e portato con sé per colpire Giuseppa Corvi.
Fuga? Lunedì mattina gli agenti della volante, intervenuti dopo la chiamata di una vicina, lo hanno subito individuato su un terrazzo dell’abitazione, posto sul retro della palazzina. Si era appena infilato il giaccone sopra alla tuta bianca, pronto ad una fuga improbabile che è rimasta solo un’idea, stroncata dalla polizia.
Partita a scacchi Naturale che a questo punto si inizi a ragionare sulle possibili strategie difensive, per ‘salvare il salvabile’. Durante il confronto con il magistrato, l’uomo avrebbe fatto riferimenti – neanche troppo velati – agli ultimi mesi di vita dell’ex moglie da cui si stava separando. Avrebbe parlato di frequentazioni, gelosie, ossessioni. Tratti che rimandano ad un possibile origine passionale del delitto e ad una lettura giuridicamente meno afflittiva. Un’altra strada è quella che conduce diritta al ‘disagio psichico’ e a perizie che potrebbero chiarire la sua reale capacità di intendere e di volere. Di contro ci sono le prove, per molti versi schiaccianti, la dinamica e aspetti che non sembrano lasciare spazio a troppe interpretazioni.
Il bilancio Al termine dell’interrogatorio, Franco Rinaldi è stato trasferito all’interno del carcere di Terni. Dopo una giornata frenetica, è il vice questore aggiunto Giuseppe Taschetti a fare il punto: «Purtroppo siamo di fronte a un gesto che ci turba nel profondo e che ha finito per distruggere la vita di una donna. Il pensiero non può che andare ai suoi familiari e a suo figlio».
Il lavoro della polizia Il dirigente della Volante sottolinea anche il lavoro condotto dai suoi uomini e dal sostituto commissario Anna Maria Mancini: «Segnalazioni come quella di oggi, per una persona che urla, ne arrivano a decine. Ma gli agenti sono stati scrupolosi nell’approfondire la situazione, senza dare nulla per scontato. Anche se il campanello suonava a vuoto e le urla ormai non c’erano più. Sono stati freddi e non hanno lasciato vie di scampo all’assassino».
