di Francesca Marruco e Barbara Maccari
E’ alle battute finali il processo in cui Paolo Milia, un medico della clinica Prosperius di Umbertide, è imputato perché accusato di aver compiuto una sperimentazione farmacologica non autorizzata e realizzata secondo modalità non conformi a quanto stabilito dalla legge su ignari pazienti. Giovedì il giudice Daniele Cenci, insieme al pm Flavio Grassini, ha ascoltato l’ultimo teste del processo, il direttore sanitario della struttura umbertidese, ed è stata disposta la trascrizione di una registrazione – centrale per l’accusa – che venne fatta da uno dei familiari dei pazienti, in cui l’imputato ammette la sperimentazione senza consenso. Il processo al 7 febbraio 2014 per la sentenza. Al termine dell’udienza il processo è stato rinviato al prossimo 7 febbraio per la sentenza al tribunale di Perugia.
La storia I fatti risalgono al periodo tra il 2 aprile e il 7 maggio del 2008 quando, secondo l’accusa, diversi pazienti ricoverati presso la clinica Prosperius di Umbertide, sarebbero stati sottoposti a sperimentazione farmacologica senza esserne prima messi al corrente. In particolare sarebbe stato somministrato loro un farmaco a base di relaxina, un farmaco sperimentale usato solo negli Usa e non in Italia, di cui bisognava verificare l’effetto sul risveglio neurologico degli ospiti, soprattutto pazienti colpiti da ictus e malattie similari. La notizia era tornata alla ribalta nazionale quando la clinica aveva ospitato lo scorso anno Lamberto Sposini. Ad accorgersi di sospetti prelievi di sangue prima e dopo la somministrazione, era stato il figlio di un paziente – che di mestiere fa il farmacista- e aveva messo alle strette il medico, registrando una lunghissima conversazione.
L’ammissione In quella registrazione, già prodotta agli atti nell’ambito del processo civile scaturito dall’episodio, Milia, ammettendo di aver somministrato relaxina ai pazienti ignari diceva: «L’ho mirata su pazienti neurologici, a me mi servivano principalmente le patologie che avevano una connotazione celebro-vascolare quindi, papà suo c’aveva un’emorragia [subaracnoidea] cioè, questo per vedere se il farmaco si vedeva nel sangue, se questa Relaxina si vedeva… questo perché, perché, non ve lo so dire neanche il perché, scusate sono un essere umano anch’io e ho sbagliato. mi rendo conto che… infatti vedete che ve l’ho detto, cioè non lo faccio, proprio perchè alla fine vedi, ve l’ho detto con tutta la spontaneità…mi dispiace, ho sbagliato, ho fatto un errore tremendo io, questa volta chiedo io a voi, io sono stato onesto nei vostri confronti e ora mi sono scoperto…».
Prelievi sospetti L’accusa sostiene che del farmaco non risultasse traccia nel registro dei medicinali e che non fosse stato preventivamente acquisito il consenso informato dai pazienti. «Una procedura la cui anomalia – si fece rilevare nella segnalazione effettuata ai carabinieri del Nas – sarebbe stata accentuata dal fatto che la stessa veniva preceduta e seguita da prelievi di sangue». Nell’udienza di giovedì 12 settembre presso il tribunale di Città di Castello, il giudice Daniele Cenci, insieme al pm Flavio Grassini, ha interrogato l’ultimo teste del processo, il direttore sanitario della clinica Prosperius. Presente in aula anche l’avvocato Giuliano Milia, difensore del medico imputato. Durante la sua testimonianza il direttore ha dichiarato che «ai pazienti vennero somministrati degli integratori di origine animale. I pazienti, una volta usciti, non hanno avuto problemi di salute». Anche se, secondo i legali di parte civile, non è stato esattamente così.
Farmaco conteso Proprio l’origine del farmaco è uno dei nodi focali del processo. La difesa sostiene che «l’autorizzazione è necessaria solo per prodotti medicinali e gli integratori non sono tali, senza considerare che la norma a tutela della salute pubblica fa riferimento a chi commercia sostanze pericolose, mentre in questo caso è un medico ad essere giudicato». L’avvocato Paolo Panichi, difensore di due pazienti, è invece dell’avviso opposto: «Di fronte ad un’ammissione di responsabilità da parte del dottor Paolo Milia, che, messo alle strette dai figli di due miei assistiti, in una lunga conversazione – confessione, registrata ed acquisita dai magistrati, ha ammesso di aver somministrato a pazienti ignari un farmaco, la relaxina. Non si è poi mai compreso il comportamento successivo di detto medico e della Prosperius: entrambi dopo quella ammissione, hanno sempre cercato di negare la natura di farmaco della relaxina, mai hanno chiesto formalmente scusa, mai hanno dato una disponibilità al risarcimento dei danni».
