di Francesca Marruco

«Tra i vari nuclei della famiglia Colaiacovo, all’ epoca delle contestazioni non esisteva alcuna irreversibile frattura, ma piuttosto un confronto dialettico fisiologico per la gestione delle aziende». Ed è per questo che secondo l’avvocato Nicola Di Mario, che difende Paola Colaiacovo insieme al collega Franco Libori, nessun piano per estromettere Carlo Colaiacovo può essere stato messo in atto da una parte di famiglia oggi sotto processo. L’avvocato Di Mario parla per due ore filate davanti ai giudici Avenoso, Cenci e volpe, e non fa mistero del suo intento: smontare il movente che secondo il pubblico ministero Antonella Duchini avrebbe mosso i nipoti del patron Colaiacovo per estrometterlo dalle cariche societarie che aveva.

Non c’entrano nulla con Fondazione Di Mario parte dalla perquisizione fatta a Carlo Colaiacovo il 10 febbraio del 2006, lo stesso giorno in cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia si riuniva per il rinnovo delle cariche. Ebbene se il movente criminoso che avrebbe determinato gli anonimi esponenti a pianificare il programma calunnioso ed estorsivo nei confronti di Carlo Colaiacovo, lo si individua nel proposito ostacolare la rielezione al vertice di un’istituzione di diritto privato, del tutto evidente la estraneità dei prevenuti al disegno illecito progettato da soggetti ignoti. Questo perché nessuno degli imputati tratti a giudizio era titolare di interessi dentro la fondazione né auspicava ad incarichi di rappresentanza nell’ente. Volendo provare a trarre le prime conclusioni dalle premesse che ho formulato, risultando Franco, Giuseppe, Paola e Francesca del tutto disinteressati a ricoprire ruoli in questa struttura, mi pare che il movente ipotizzato dal pm è la migliore conferma che questi soggetti non possono aver pianificato nessun progetto calunnioso o estorsivo».

Il forziere al dissidente?«Il pm e le parti civili – dice ancora Di Mario – muovono dall’ idea che ci fosse un contrasto insanabile prima dei fatti. Ma come è possibile che esistesse se Franco viene riconfermato presidente del consiglio di amministrazione di Financo nell’ ottobre del 2005? La holding finanziaria rappresenta il ‘salvadanaio’ del gruppo, il forziere delle società. Credo sia in contrasto con il buon senso immaginare che a fronte di una conflittualìtà tra gruppi, Franco fosse stato designato a vertice dell’organo di controllo».

Buoni e cattivi Dopo Di Mario, è il momento della professoressa ed ex guardasigilli Paola Severino che difende Giuseppe Colaiacovo. «Il pm vi ha raccontato una storia di buoni e cattivi, ma la suggestione sconta l’ approssimazione e l’ incertezza che non si possono tralasciare perché incidono sulla determinazione penale. La lunga istruttoria ha prodotto dei risultati non indifferenti, non possiamo fingere che tutto sia rimasto all’udienza preliminare, prendendo solo una parte degli spunti e lasciando da parte elementi emersi che stravolgono l’impianto accusatorio iniziale».

Ombre dall’esterno della famiglia Una delle suggestioni individuate dalla professoressa Severino, riguarda la coincidenza della prima perquisizione a Carlo Colaiacovo con la riunione per il rinnovo delle cariche in fondazione e la «asserita richiesta di dimissioni del fratello Franco». «Per la coincidenza tra la perquisizione e la riunione è lo stesso Carlo che pensa ad un complotto, è lui che lo ricollega ai membri interni alla fondazione. Carlo sottolinea che il violento attacco mediatico potrebbe essere stato fomentato da soggetti che non condividono la sua presenza nella fondazione. C’erano molti interessi a che si potessero gettare ombre sulla figura di Carlo Colaiacovo – affonda l’ex guardasigilli – Ma non all’interno della famiglia, è all’esterno che si gettano ombre». Ed è qui che richiama una lettera in cui si parlava del «condiviso disagio all’ interno della fondazione». Lettere che per Severino richiamano alla mente i toni delle lettere anonime che venivano preparate in quel periodo. In una c’era scritto: «questo è l’ultimo avvertimento, lascia la fondazione», « e non lascia la Colacem – sottolinea Severino – gli scrivono pensa alla tue aziende. Parlano male della sua gestone della Cassa di risparmio». Chi mente? In aula le fazioni della dinastia del cemento che annuiscono o borbottano a seconda della loro convinzione. La sentenza è attesa per il 16 gennaio.

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