Laura, Eliza e Ilaria © Fabrizio Troccoli

di Chiara Fabrizi

Eliza Feru 29 anni, Laura Papadia 36 anni e Ilaria Sula 22 anni. Sono le vittime dei tre femminicidi che dall’inizio del 2025 hanno sconvolto l’Umbria, mai come in questo primo scorcio di anno segnata dai delitti costati la vita a tre donne, tutte giovani, tutte uccise dai partner, in due casi gli uomini che avevano sposato, nell’ultimo un ragazzo con cui c’era stata una breve relazione.

La sopraffazione di genere nella sua versione più atroce, quella che toglie la vita con violenza, piomba anche in Umbria dietro la porta della casa dei vicini, come capitato sia a Gualdo Tadino il 5 gennaio scorso, quando Eliza è stata freddata con un colpo di pistola dal marito che si è poi sparato, che a Spoleto il 26 marzo, giorno in cui Laura è stata strangolata in camera da letto dal coniuge. La cultura del dominio maschile portata fino alle estreme conseguenze è entrata nei luoghi di lavoro dell’Umbria: l’uccisione di Eliza ha segnato il Serafico di Assisi, un’eccellenza internazionale per la cura delle disabilità dove la 29enne era operatrice socioassistenziale, mentre quella di Laura è tuttora sui volti delle commesse di un piccolo supermercato di Spoleto, dove la 36enne siciliana era vicedirettrice da un paio di anni. Il femminicidio di Ilaria, studentessa di Terni uccisa a Roma da un ex, interroga la generazione successiva, chiamandola a fare i conti con l’agghiacciante delitto della ex compagna di classe o di scuola, ammazzata a coltellate, chiusa in un grosso bagaglio e poi gettata giù in dirupo.

Potrà apparire irrispettoso parlare di movente quando a uccidere sono gli uomini e le vittime le partner, ma il fattore scatenante va capito, perché è fondamentale non solo per chi indaga, ma anche per la collettività, per ciò che sapere implica, anche in termini di organizzazione dei servizi, che devono essere riequilibrati per poter gestire anche le eventuali richieste di aiuto di uomini violenti. Eliza è stata uccisa probabilmente solo perché voleva chiudere un matrimonio infelice; Laura verosimilmente voleva risposte sull’andirivieni del marito e, desiderando costruire una famiglia, stava maturando la convinzione di chiudere quella relazione coniugale; e Ilaria semplicemente non voleva più un rapporto con quel ragazzo conosciuto al lavoro.

Tre femminicidi in tre mesi che, oltre a far precipitare le famiglie delle vittime in un dolore indicibile, hanno segnato la vita di diverse decine di umbri, che conoscevano più o meno approfonditamente Eliza, Laura e Ilaria. Ed è inevitabile che parenti, amici e conoscenti continuino a interrogarsi su segnali non colti, comportamenti sospetti, parole non dette. La colpa di un delitto è sempre e solo di chi lo commette, il marito di Laura e l’ex di Ilaria sono in carcere con l’accusa di omicidio volontario e lì resteranno per tanti anni, forse anche a vita. Ma di fronte a questa di scia di sangue, che raggiunge anche l’Umbria, una piccola regione, dove i Centri antiviolenza esistono e operano h24, dove la presenza delle forze dell’ordine si sente più che in altre zone del paese, Nord compreso, dove esistono tre Procure della Repubblica per meno di un milione di abitanti, dove la qualità della vita è molto migliore di quella delle città metropolitane o dei capoluoghi più popolosi del paese, occorre aprire di più occhi e orecchie, forse anche rischiare l’invadenza, indicando, suggerendo strumenti che sul territorio esistono.

Poi ci sono i bambini e gli adolescenti. A Spoleto sabato scorso durante la fiaccolata per ricordare Laura e tutte le vittime di femminicidio è stato raccontato al microfono, davanti a diverse centinaia di persone, che alcuni genitori non prestano il consenso quando nelle scuole vengono proposti percorsi educativi e occasioni di confronto per tentare di offrire alle future generazioni di giovani e adulti quello che le precedenti non hanno avuto e purtroppo in troppi casi non hanno saputo organizzare da sé: un’educazione all’affettività e alla sessualità. Piangere non serve a niente.

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