di Chiara Fabrizi
Diagnosi errata al Pronto soccorso di Spoleto ed estrazione dentale imprudente all’ospedale di Terni. Due medici, protagonisti di due distinti fascicoli della Corte dei Conti, hanno chiesto il rito abbreviato davanti ai giudici contabili, che glielo hanno accordato alla luce del versamento immediato in un caso, quello di Spoleto, di 24.500 euro in favore della Usl 2 e nell’altro, quello di Terni, di poco meno di 15 mila euro in favore dell’azienda ospedaliera Santa Maria.
Il caso più recente è quello dell’errata diagnosi di una paziente che nell’ottobre 2018 si è presentata al Pronto soccorso di Spoleto lamentando un «dolore toracico», è stata dimessa con una diagnosi di «tosse» dopo «esami ematobiochimici e una radiografia del torace», salvo poi essere ricoverata d’urgenza l’indomani nel reparto di Neurologia dell’ospedale di Foligno per «ictus ischemico parietale sinistro, fibrillazione atriale, infarto del miocardio in sede anteriore, polmonite e tabagismo». La donna dopo pochi mesi ha chiesto il risarcimento della Usl 2 che col Comitato gestione sinistri ha esaminato il caso, avvalendosi di tre consulenti, i quali hanno «concordemente valutato come non adeguata la gestione» dell’accesso in Pronto soccorso. Da qui la definizione di un accordo stragiudiziale tra la Usl 2 e la paziente, che è stata risarcita con 70 mila euro, e la conseguente citazione in giudizio notificata dalla Procura della Corte dei Conti alla dottoressa che l’aveva trattata. Negli atti si legge che per i periti scelti dalla Usl 2 secondo la dottoressa «avrebbe dovuto eseguire non solo l’esame radiografico, ma anche un ecocardiogramma a riposo a 12 derivazioni entro dieci minuti dal primo contatto medico e dosaggi di biomarcatori, in particolare delle troponine cardiache, i cui valori sarebbero stati fondamentali per procedere a una corretta diagnosi». In questo quadro, la dottoressa ha optato in giudizio per il rito abbreviato, rendendosi disponibile a versare subito alla Usl 2 il 35 per cento del risarcimento già pagato alla paziente, ovvero 24.500 euro. Sull’istanza c’è stato il parere favorevole della Procura e l’accoglimento del collegio della Corte dei Conti.
Differente il caso di Terni dove un’altra paziente nel dicembre 2015 è stata sottoposta a un intervento chirurgico per l’estrazione di due denti, ma al termine dell’operazione ha lamentato «un deficit neurosensitivo per lesione del nervo alveolare inferiore e del nervo mentoniero, che le avrebbe causato la perdita di sensibilità a una parte del labbro inferiore e alla vicina zona dentale e gengivale». Anche in questo caso la paziente ha chiesto il risarcimento del danno all’azienda ospedaliera di Terni, ma qui il Comitato per la gestione dei sinistra ha «ritenuto assente qualsiasi responsabilità» del medico, motivo per cui il caso è approdato davanti al Tribunale di Terni. Il giudice civile ha richiesto una consulenza medica all’esito della quale è stata ritenuta «imprudente la condotta dei sanitari a causa della mancata prescrizione di un dental scan preoperatorio, che avrebbe potuto fornire – si legge in sentenza – elementi validi per adottare tutte le cautele necessarie per non ledere il nervo», oltreché «per informare la paziente sullo specifico rischio che correva». Da qui la condanna dell’azienda ospedaliera di Terni al risarcimento del danno e delle spese legali in favore della donna, che è valsa alla struttura sanitaria pubblica una spesa complessiva di quasi 29 mila euro. Citato in giudizio il chirurgo che aveva proceduto all’estrazione ha chiesto di poter accedere al rito abbreviato, pagando subito il 50 per cento del danno contestato, quindi quasi 15 mila euro. Sull’istanza c’è stato l’ok della Procura della Corte dei Conti e poi l’accoglimento da parte del collegio dei giudici contabili.
