di Marta Rosati

«So che non cambierà il dolore, ma voglio chiedere scusa alla famiglia di “Obi”: non doveva succedere». Lo ha detto in lacrime, al termine dell’esame davanti alla Corte d’Assise di Terni, Dmytro Shuryn, 33 anni, che il 18 settembre scorso ha ucciso Bala Sagor, per tutti “Obi”, 21 anni, per poi nelle ore successive smembrarne la salma, gettandone i resti in varie zone di Spoleto.

Il cuoco ucraino imputato per omicidio volontario aggravato dai futili motivi, vilipendio e occultamento di cadavere aggravati dalla finalità di celare la morte del giovane, ha parlato per circa 40 minuti in aula, raccontando di come “Obi” quella mattina del 18 settembre scorso nella cantina di casa sua insistesse «anche spingendomi più volte» per avere indietro 150 euro che gli aveva prestato e che lui, che aveva il vizio del gioco, non sapeva come restituire.

Difeso dall’avvocato Donatella Panzarola, Shuryn ha raccontato della coltellata al collo con cui quella stessa mattina ha ucciso il 21enne bengalese, che ha poi «coperto con un lenzuolo» prima di recarsi nella cucina di un ristorante del centro storico di Spoleto per svolgere il turno serale di lavoro. «Volevo chiamare i soccorsi – ha riferito – ma ho avuto paura». Quindi ha ripercorso le terribili operazioni di smembramento della salma, sostenendo di averle iniziate la mattina presto del giorno seguente nella stessa cantina della palazzina di via Pietro Conti in cui viveva e in cui ha ucciso «un amico, che aiutavo sempre», ha detto.

Davanti alla Corte d’Assise di Terni (presidente Tordelli) ha ripercorso anche i macabri viaggi compiuti verso varie zone di Spoleto, con uno zaino e un borsone all’interno dei quali aveva riposto i sacchi coi resti di “Obi”: che ha poi gettato tra il Giro dei Condotti, la strada comunale di Monteluco (Spoleto) e l’area verde di via Primo maggio, che sono stati i primi a essere ritrovati, ma gli ultimi di cui si è liberato. E, infine, la “bonifica” della cantina in cui ha ucciso e smembrato il corpo, pulita più volte tra il 19 e il 20 settembre.

Quando il sostituto procuratore Roberta Del Giudice, che era di turno la sera del primo atroce ritrovamento dei resti di “Obi”, gli ha chiesto altri dettagli su quelle ore, Shuryn si è fermato: «Non riesco a spiegare. Non ero più io in quel momento. Non pensavo di poter fare una cosa simile». In aula il 33enne ha anche parlato del vizio del gioco, sostenendo di averlo già prima di arrivare in Italia, cioè nel 2016. «Non pensavo altro che al gioco, se non andavo in agenzia, lo facevo online: non dovevo arrivare a questo punto», ha detto l’imputato. Prima del suo esame l’avvocato Panzarola era anche tornata a sollecitare una perizia psichiatrica per accertare la presunta ludopatia o un altro disturbo della personalità che possa aver inciso nell’azione delittuosa. La Procura ha contestato l’istanza nella forma e nel merito. Sul punto la Corte d’Assise si è riservata di decidere al termine dell’istruttoria.

Dalle varie testimonianze è emerso come Shuryn fosse solito chiedere soldi in prestito a molti, anche cifre molto modeste, nonché anticipi di stipendio ai propri datori di lavoro che hanno riconosciuto la puntualità e la serietà del 33enne nell’esercizio delle proprie mansioni. Altrettanto preciso e rigoroso era la vittima che, col proprio stipendio, aiutava la gamiglia d’origine ogni mese e cercava costantemente di migliorare la propria condizione per sostenere le spese universitarie della sorella. nel’ultimo periodo di vita aveva pensato di effettuare un corso da saldatore; proprio di questo, la mattina del 18 settembre scorso, avrebbe dovuto parlare con l’amico Dimytro che invece si è trasformato nel suo assassino.

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