di Ivano Porfiri
Avevano sete di oro, stavolta, le belve di turno, l’oro di Sergio. Sapevano che l’ex orafo di Cenerente non aveva affatto smesso di cesellare gioielli, sapevano che aveva una cassaforte nascosta dove teneva i preziosi (non quella piccola in camera sua che non hanno neppure voluto aprire), sapevano come entrare in casa e come muoversi. Sono andati, insomma, a colpo sicuro. L’unica cosa che li ha fermati è stata l’ostinato silenzio di Sergio, nonostante le martellate, nonostante le minacce e le torture, nonostante abbia visto la madre morirgli davanti. E’ stato zitto, si è portato nella tomba il segreto della stanza blindata al pian terreno, dove si trovavano preziosi per 150 mila euro.
Video: INTERVISTA A CHIACCHIERA – L’ARRESTATO IN QUESTURA
Coralità E’ stata un’indagine «complessa e difficile» come l’ha definita il questore Nicolò D’Angelo, quella condotta dalla squadra mobile e che ha portato all’arresto di Artan Gioka (detto Anton) di 24 anni, Ndrec Laska (detto Andrea) di 28 e Alfons Gjergji di 27 anni, tutti albanesi e tutti mai identificati in Italia. Le accuse sono di associazione per delinquere finalizzata ai furti e alle rapine e del duplice omicidio di Sergio Scoscia e Maria Raffaelli. Il capo della mobile Marco Chiacchiera ha sottolineato la «coralità» di un’indagine giunta all’individuazione dei presunti responsabili «grazie alla collaborazione di squadra Volante, Scientifica di Perugia e Roma, polizia postale, Interpol». Tutti hanno fatto il loro anche per sveltire le contorte pratiche per l’arresto in un paese come l’Albania di Gioka e Laska e, ora, per l’estradizione. Giungendo a «uno schiacciante puzzle di indizi», come lo ha definito Chiacchiera.
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Indagine dal nulla Gli investigatori, coordinati dal pm Claudio Cicchella, sono partiti dagli ambienti rumeni e albanesi che gravitano intorno a Cenerente. Un controllo «a tappeto» perché «all’inizio non avevamo assolutamente niente» – ammette Chiacchiera. Tanti, forse troppi elementi sulla scena del crimine. In quel frangente, gli investigatori trovano però una «chiave di volta» che permette di intercettare i fili per risolvere quello che appare come un vero e proprio rompicapo. Arrivano a uno dei tre soggetti, che ha legami con la comunità albanese perugina: è Gioka. Le celle telefoniche dicono che lui è a Cenerente la sera del delitto e quella prima. Insieme a lui c’è Laska. I due non si fanno mai vedere insieme: sono dei predatori nomadi, che colpiscono in Italia, Grecia, Albania. Laska, per di più, usa telefoni con Imei cinese, difficilissimi da intercettare.
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La macchina scura A collocare sulla scena del crimine anche Gjergji è, invece, una testimone che va dalla polizia per dire che quella notte, poco dopo l’una, ha visto una station wagon scura davanti al cancello degli Scoscia. Su quella stessa Focus color antracite è stato fermato pochi giorni fa a Roma il 27enne. «L’auto perfetta di un ladro – dicono gli investigatori – dentro un vero e proprio kit da scasso». Secondo loro Gjergji è un tuttofare che funge da supporto alla banda: agisce a chiamata. Per questo, ritenendo il suo ruolo più marginale, non fugge dall’Italia. Verrà preso a Roma per la sua attività di ladro e solo in secondo tempo collegato al delitto di Perugia, per cui trasferito a Capanne e già sentito dagli inquirenti.
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La ricostruzione del delitto Secondo gli investigatori i tre, la notte del 5 aprile, agiscono a colpo sicuro. Probabilmente Gioka e Laska arrivano in auto con Gjergji, che li accompagna al cantiere edile (già ispezionato il giorno prima dai due), prendono martello, lana di vetro e scala, quindi Gioka e Laska scendono davanti al cancello. Sanno esattamente come muoversi e conoscono quella finestra che si smonta dall’esterno: qualcuno ha descritto loro la casa anche nei minimi dettagli. Una volta dentro colgono di sorpresa Sergio (sapevano che c’era stata una tentata rapina poche settimane prima, sventata dall’uomo che era stato svegliato). Legano lui e la madre, presa e portata nella stessa stanza, inizia la tortura, lunga e terribile, che porta al duplice decesso. I rapinatori non ottengono però quanto sperato e allora si dileguano, stavolta a piedi fino al cantiere, dove li attende Gjergji, che li aiuta a pulirsi le scarpe e a lasciare quel posto. Il giorno dopo Gioka parte da Perugia per Tirana, mentre Laska va con Gjergji a Roma, da cui si imbarca verso l’Albania. Fra l’altro acquistando un biglietto all’ultimo minuto a 250 euro: se avesse prenotato anche solo il giorno prima lo avrebbe pagato la metà.
L’arresto I due fuggiti in patria sono stati catturati dalla polizia albanese nel Nord del paese: Laska ha preso a sassate la polizia nel suo villaggio di Lezhe. Da lì viene anche Gjergji, che ha fatto con Laska le scuole elementari. Fanno tutti parte di un mondo immerso nella criminalità, viaggiano con più identità: colpiscono, rapinano, uccidono senza scrupoli. A farli finire nella rete, stavolta, l’ostinazione di un orafo, la professionalità degli investigatori, alcuni legami pericolosi a Perugia con cui anche per criminali esperti come loro era difficile non restare in contatto. Un insieme di elementi che li ha portati dritti in carcere. E, intanto, la polizia continua ad indagare soprattutto dal versante dei possibili basisti.

