di En.Ber.
Amanda Knox era «pienamente consapevole dell’innocenza di Patrick Lumumba» quando scrisse che ad uccidere Meredith Kercher era stato lui ma fece comunque il suo nome «per uscire dalla personale situazione scomoda di sospettata per essere stata in casa al momento dell’omicidio». È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con cui, a gennaio, la Prima sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di carcere per calunnia nei confronti della 38enne americana, già assolta in via definitiva, insieme a Raffaele Sollecito, dall’accusa di omicidio della coinquilina inglese.
Testimonianza chiave A quasi 18 anni dal ritrovamento del corpo senza vita di Meredith nella casa di via della Pergola a Perugia, si chiude così anche l’ultimo capitolo giudiziario legato al delitto: quello nato dalle accuse rivolte da Amanda al suo ex datore di lavoro nel pub Le Chic di via Alessi, nei giorni immediatamente successivi ai fatti. Accuse contenute in un memoriale, che portarono Patrick Lumumba in carcere per tredici giorni da innocente. A tirare fuori Lumumba da quella brutta situazione fu la testimonianza di un professore, rintracciato in Svizzera, che confermò il suo alibi, consentendogli così di lasciare il carcere e l’incubo in cui era precipitato.
