di Francesca Marruco
«Immaginiamo di trovarci un attimo in quelle condizioni: la vita ti scappa dalle mani, chiedi aiuto e nessuno te lo dà. Il fatto non è grave, ma è gravissimo». A Parlare è Massimo Zaganelli, l’avvocato che assiste Rudra Bianzino, uno dei figli di Aldo Bianzino, morto nel carcere di Perugia nell’ottobre del 2007. Il legale, durante la prima udienza in corte d’appello a Perugia, ha chiesto la conferma della condanna a un anno e mezzo di reclusione per l’agente della polizia penitenziaria Gianluca Cantoro.
Ricorso Era stata la difesa dell’imputato a fare ricorso in appello perché quella pena per loro è troppo pesante, e perchè, secondo una giurisprudenza del 2011, uno dei due reati potrebbe essere assorbito nell’altro. E’ per questo ricorso presentato dai legalli della guardia penitenziaria che venerdì mattina, davanti alla Corte d’Appello di Perugia si è tornati a parlare della morte in carcere nell’ottobre del 2007 di Aldo Bianzino.
Accusa Il primo a parlare è stato il sostituto procuratore generale Giuliano Mignini che ha chiesto la conferma di un anno e mezzo inflitta in primo grado all’agente della penitenziaria. Parlando anche dell’altro fascicolo per omicidio aperto e poi archiviato, Mignini, ha puntualizzato che «questo processo riguarda esclusivamente quello che è accaduto la notte tra 13 e 14 ottobre del 2007 e cioè che Bianzino sentendosi male abbia dato l’ allarme del sorvegliante di turno Cantoro, che non ha dato seguito alla richiesta di aiuto in relazione a suoi doveri ufficio. Cantoro – ha detto ancora Mignini – aveva a disposizione un box che stava all’inizio del corridoio, e nel box c’era la possibilità di verificare se venivano ricevute chiamate. Nel corso delle indagini due detenuti hanno detto che Bianzino suonò il campanello poco dopo mezzanotte. In particolare uno ha detto che Bianzino chiamò, Cantoro si prensentò, la vittima gli disse che stava male, e l’agente della penitenziaria, gli ha detto che sarebbe passato la mattina successiva. Poi Bianzino lo richiama e Cantoro avrebbe detto «non mi rompere…», oltre che un atto illecito, anche un’azione umanamente deprecabile. Dichiarazioni confermate da altro detenuto». «Le difese – ha detto ancora Mignini – hanno cercato di gettare ombre di inattendibilità sui testimoni parlando di contrasti insorti con Cantoro, ma sostanzialmente le dichiarazioni sono state confermate da altri tre detenuti.Nei motivi di appello c’è la richiesta di assorbire il reato di omissione di socorso in quello di omissione atti ufficio». Ma per il procuratore non è possibile.
Riapertura indagine? E’ invece l’avvocato Cinzia Corbelli che si spinge oltre e ritira in ballo il tema più volte dibattuto dell’origine della morte di Aldo Bianzino. Dichirazioni che di fatto precludono ad una richiesta di riapertura di indagine. Quella per omicidio archiviata nel 2009 dopo che i consulenti medico legali della procura stabilirono che Aldo Bianzino morì per una emorraggia causata dalla rottura di un aneurisma. Per l’avvocato di parte civile, le conclusioni a cui giunge il loro perito Fineschi in primo grado, rimettono tutto in discussione.
Il perito Per il professor Vittorio Fineschi infatti, fermo restando la presenza dell’emorragia subaracnoidea che ha provocato la morte di Aldo Bainzino e la presenza della lesione al fegato, l’insorgenza dell’emorragia, che inizialmente fu di modesta entità perché non avrebbe inondato di sangue le parti più profonde del cervello, potrebbe anche essere stata provocata da un trauma: una torsione della testa, uno scuotimento, qualcosa che abbia causato una lacerazione e un’uscita di sangue. Per il medico questa affermazione è possibile vista l’assenza del rinvenimento dell’aneurisma stesso. Quanto alla lesione al fegato ha sostenuto, studi alla mano, che la stessa risulta classificata come molto rara nelle manovre rianimatorie. E generalmente correlata anche da altri traumi classificati come meno rari. Per Fineschi insomma la lesione al fegato, su un soggetto morto, con un versamento di sangue come quello di Bianzino solleva più di una perplessità.
Rinvio L’avvocato ha inoltre spiegato che non è vero che i detenuti tramarono contro l’agente della penitenziaria Cantoro: «la difesa di Cantoro sostiene che i detenuti abbiamo complottato contro di lui, che si sarebbero messi daccordo nell’ora d’aria, ma uno di loro quella mattina non andò a passeggio nell’ora d’aria e confermò lo stesso tutto». Il processo è stato rinviato al 16 aprile prossimo quando a parlare saranno i difensori dell’imputato, gli avvocati Daniela Paccoi e Silvia Egidi.
