«Chiediamo un intervento diretto sulla condizione detentiva del nostro assistito». È con queste parole che gli avvocati Andrea Castori e Massimo Brazzi, difensori dell’imprenditore altotiberino Davide Pecorelli, si sono rivolti al Ministro degli Esteri Antonio Tajani, inviando una lettera formale anche all’ambasciata italiana a Tirana.
La lettera Nella nota, i legali denunciano «trattamenti inumani» ai danni di Pecorelli, estradato in Albania lo scorso 8 maggio e rinchiuso nel carcere di Tirana in attesa del processo d’appello fissato per il 18 settembre. L’imprenditore – viene spiegato – è detenuto nella prigione 313, edificio A, settore 2-5, camera 2, insieme ad altri sette detenuti, in una cella di soli 16 metri quadrati, priva di acqua corrente e con la presenza di topi nel bagno. La difesa ricorda che già durante la procedura di estradizione erano stati sollevati dubbi sulla compatibilità delle condizioni delle carceri albanesi con gli standard della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, ma la Corte d’appello di Perugia e la Cassazione avevano escluso il rischio di trattamenti lesivi dei diritti umani.
Richiesta dei domiciliari La realtà sarebbe diversa, sostengono oggi i legali, affermando che Pecorelli «è in condizioni degradanti ed è molto preoccupato per la sua sorte, anche perché in Patria ha lasciato un padre e un fratello gravemente malati, una moglie e quattro figli di cui due minori». La proposta della difesa è chiara: trasferire Pecorelli agli arresti domiciliari a Valona, presso l’abitazione della moglie.
