di Enzo Beretta
Davide Pecorelli, il naufrago di Montecristo, ruota l’asse cartesiano della realtà. Crudele, scorretto all’inverosimile, re leone di una storia tragicomica destinata a diventare una serie tv. Questo ragazzone di 48 anni, criniera castana, Ray-Ban a goccia e scarpe portate senza calzini è un talento puro. Personaggione sublime.
Si cercano frammenti della sua pazzesca vicenda umana nella quale ha finto di essere morto in un incidente in Albania per ricomparire nove mesi più tardi su un gommone nel Tirreno alla ricerca di un fantomatico tesoro di monete. È un fatto: Dumas non ha osato tanto con l’immaginazione.
Sorride ironico, gli occhi neri a forma di euro.
È carico a pallettoni. Parla per 50 minuti a braccio.
C’è un bel cielo terso, una lieve brezza, dal tavolino del bar proviene un intenso profumo di caffè.
Il racconto scorre su un doppio binario narrativo, tra memoria e futuro. Dove possa portare non lo immagina con precisione nemmeno lui.
La premessa però è commovente: «Dico un sacco di cazzate, se ne sono accorti pure i magistrati che mi hanno messo le ‘cimici’ nella Panda e mi intercettavano le telefonate. Da dove cominciamo?».
Non saprei. Mi dica. È stato lei a cercarmi.
«Vabbè, che c’entra, io seguo l’istinto. Le piace il calcio? Glielo chiedo perché saprà che sono stato un grande arbitro, ho fatto il quarto uomo con Pierluigi Collina in un Vicenza-Torino di Serie B. Poi ho fondato la Longobarda e fatto un reality su un’emittente televisiva locale, una roba simile a ‘Campioni, il sogno’ di Ciccio Graziani. Ancora arbitravo e non potevo essere presidente, al vertice risultava mio padre ma ero io che comandavo tutto. Poi quando sono stato presidente e giocatore ho segnato il gol più importante della stagione contro la capolista Fighille. Ma la cosa ancor più incredibile è che ho vinto un campionato senza pagare neppure un giocatore…».

Passiamo ad imprese più attuali.
«L’Albania vuole estradarmi ma spero in una condanna mite. Nel frattempo mi sono laureato in Ingegneria informatica e delle automazioni all’Università eCampus di Città di Castello. Ho già ricevuto alcune proposte di lavoro. Da un paio d’anni faccio il sarto, lavoro con la mia compagna nel settore tessile, a ottobre usciamo con un cappotto di cashmere al 100% con dieci bottoni d’oro, un capo legato alla mia storia. Quando lo vedrà si accorgerà che i grandi stilisti dell’Umbria in confronto producono giacconi da lavoro».
Megalomane. Tutti piuttosto ricordiamo quella volta che andò a farsi interrogare in Procura con una maglia con la scritta ‘Fuck’. Divenne una leggenda assoluta.
«Quella l’ho scelta per caso, si abbinava bene con il cappellino da baseball un po’ mimetico. Quando me ne sono accorto ho pensato di me stesso che ero matto da legare».
Mi parli invece del suo passato recente.
«Mi hanno condannato a un anno e otto mesi di carcere ad Arezzo per due bancarotte da mezzo milione d’euro. Ho rischiato grosso perché poteva andarmi molto peggio. Avevo due società, una parrucchieria e un centro estetico, 50 dipendenti hanno iniziato a rincorrermi insieme ai fornitori perché non riuscivo più a pagarli. Sono un tipo che sdrammatizza, lo avrà capito, ma la mia storia di imprenditore è tragica, il mio brand ‘Parrucchieri Milano’ che commercializzava shampoo, balsamo, gel e lacche è fallito a causa del Covid».
E lei cosa ha fatto?
«Avevo bisogno di grana. Avevo sentito dire che in Albania si potevano fare soldi. Come? A Firenze avrei potuto comprare laser per l’epilazione prodotti in Israele da piazzare anche a 120 mila euro. Con la pandemia però i medici non rispondevano più al telefono. Entrate: zero. Prima del crac viaggiavo con mille euro fissi in saccoccia ma nel dicembre 2020 non avevo più neanche i soldi per mettere benzina alla macchina. Sono entrato in depressione, ero disperato, mi ero ingrassato di venti chili. Ho anche pensato di togliermi la vita, finché…»
Finché?
«Nella disperazione più nera a Skutari ho incontrato un uomo che mi ha salvato, un prete. Sono andato a confessarmi, ho pianto insieme a lui. Sa, io ho fatto anche il chierichetto in vita mia, ero il braccio destro di un prelato importante…».
Suvvia, vada avanti.
«Un modo doveva esserci per venir fuori da questo stato di miseria: fingermi morto in un incidente stradale. Intenda bene, l’idea non è stata mia. Abbiamo avuto un solo, grosso, problema».
Quale?
«Non siamo riusciti a buttare giù dal greppo la Skoda Fabia presa a noleggio. Era troppo pesante, in due non ce l’abbiamo fatta. Una vera sfiga. Era il 6 gennaio 2021, ricordo bene, lo stesso giorno dell’assalto al Campidoglio americano. Dovevamo farlo sembrare un incidente: al tramonto abbiamo cosparso l’auto di benzina, ci ho buttato dentro l’orologio Jaguar, il cellulare e qualche ossicino. Poi ci siamo allontanati per paura dell’esplosione».
Dove ha preso quelle ossa umane?
«Non le ho prese io, le ha portate il prete. Comuque alle 20 c’era il coprifuoco e siamo tornati a casa, per partire l’indomani alle 6 con la Fiat Punto del sacerdote in direzione Medjugorje».
Pregava molto in Bosnia ed Erzegovina?
(alza gli occhi)
«Una vita da santo. Non vedo cos’altro avrei potuto fare in comunità, eravamo tutti uomini».
In quei mesi neanche una chiamata a casa per dire ‘Guardate, mi sono inventato tutto, sto bene, non vi preoccupate’. Pecorelli, lei ne ha combinata una più grave dell’altra.
«Sono sparito per otto mesi e mezzo. Avevo capito di aver fatto una stupidaggine e volevo tornarmene a casa quando il capo della comunità mi ha mandato a chiamare proponendomi un lavoretto: rintracciare un tesoro di monete d’epoca in Italia».
E lei ci ha creduto?
«Mi ha mostrato alcune cartine geografiche indicandomi tre forzieri, mi ha parlato di mezza tonnellata di monete da dividere a metà con loro. Cosa potevo saperne io che quelle erano riserve naturali dello Stato? E, comunque, ho trovato due bauli di monete che avrei recuperato in un secondo momento, i carabinieri mi hanno fermato mentre cercavo la terza cassetta con le mappe a Cala Maestra».
Pecorelli accavalla un paio di episodi e con una capriole delle sue torna a dire che «è dispiaciuto per la questione delle ossa» perché lui ha «grande rispetto per i defunti», aggiungendo che quando tutti lo credevano morto ha pensato di consegnarsi alla polizia ma, tutto sommato, farsi prestare il telefonino da qualche amico per vedere sui social le foto dei figli in Italia che stavano bene gli è stato sufficiente. Per il dolore provocato alla sua famiglia, questo sì, si dice «sinceramente pentito».
I giornali albanesi hanno pubblicato foto di lei al mare di Valona a torso nudo e sudato mentre vuotava bicchieroni di mojito tra la bolgia e le risate.
«Ho conosciuto un ex difensore fortissimo della Nazionale albanese col quale eravamo diventati amici. Uno serio, ha marcato Butragueño».
Niente di meno. E che facevate?
«Andavamo in spiaggia a Valona. Mi ero inventato che mi chiamavo Cristiano e che ero uno scrittore di Roma. Ci hanno creduto tutti. Al bar mi offrivano la grappa, io non pagavo mai perché non avevo soldi, ero l’unico italiano squattrinato. Pensi, mi sono perfino allenato con questi calciatori: vabbè, poi la polizia albanese è andata a interrogarli tutti… (sorride divertito) Le confesso una cosa: io in Albania sono più famoso di Adriano Celentano, ancora oggi mi chiamano in tv per fare l’opinionista ma parlano una lingua complicata, con 36 lettere, difficile da pronunciare. E, comunque, in quella spiaggia ho avuto una delle visioni più belle della mia vita: ho riconosciuto mio figlio piccolo che muoveva i primi passi sulla sabbia tenendo la manina ai nonni materni».
Ci racconti il suo arrivo in Italia.
«Il 12 settembre monto sul treno per Roma. A Medjugorje avevo ricevuto mille euro ma erano pochi perciò mi fermo a un bancomat a Termini intorno a mezzanotte e faccio due prelievi da 250 con la carta di credito della parrucchieria fallita. Mi servivano soldi per l’albergo, l’affitto del gommone, il piccone, la pala, i sacchi. Per non farmi riconoscere dalle telecamere della banca sono andato mascherato, a una bancarella avevo comprato la maschera della Casa di Carta. Mia moglie riceve un alert sms, mi credeva morto, e denuncia subito il prelievo sospettando che il bancomat fosse stato rubato. Finché salgo su un altro treno per Grosseto e poi sul traghetto verso Porto Santo Stefano e l’Isola del Giglio».
Quale documento consegna alla reception dell’hotel?
«In Umbria coi miei genitori avevamo un albergo e un creditore, che peraltro ancora mi deve dare 300 euro, mi lasciò in pegno la sua carta d’identità alla quale ho sostituito la foto con la mia. La receptionist toscana non si è accorta che c’era scritto ‘biondo, occhi azzurri, 1,70 metri d’altezza’, eppure io sono un metro e 87».

I carabinieri che l’hanno fermata con la motovedetta a largo della costa livornese in quella giornata di sole magnifico invece se ne sono accorti. Eccome.
«Si era messa male. Sapevo che a Montecristo non c’erano i custodi ma non pensavo di trovare i carabinieri forestali. Quel pomeriggio avevo già percorso 30 miglia con un motore da 40 cavalli, una cosa da folli. Ero stanco, il volto scavato, alla fine gliel’ho detto ed è stata una liberazione: ‘Sono Davide Pecorelli, non sono morto come tutti credono’. Era tardi ormai per rientrare in terraferma e mi hanno fatto dormire lì, a Montecristo, in camera col brigadiere. Sono stato unico anche in questo».
Per giorni interi il nome dello straripante Davide Pecorelli è rimasto di tendenza su Twitter. Comunque capace di una sua grandiosità, tra perfido genio e dosi di pericolosa astuzia, il naufrago è stato ospite in molte trasmissioni. Del resto tutto è stato memorabile in quest’avventurosa esperienza. Il rettilineo lo ha portato dritto in tv. Tragico e visionario, lo hanno intervistato quelli di Pomeriggio 5, La Vita in diretta, I fatti vostri e chissà quanti altri. Ma lui – lascia intendere – è lì per restare. L’ideuzza che da tempo gli ronza nella mente è quella di monetizzare. La serie tv sulla quale – racconta – stanno lavorando il regista Marco Pellegrino e la Paguro Film è ambientata tra Selci Lama (dove in molti ancora lo chiamano Cipolla per quella curiosa acconciatura ai capelli che portava da ragazzino), l’Albania e il Giglio. Per quei fatti il tribunale di Grosseto lo ha condannato a un anno di reclusione tramutato in 12 mesi di lavori socialmente utili alla Croce Bianca. «Aiutare le altre persone mi fa stare bene, mi fa sentire migliore».
Cosa le fanno fare? Guida l’ambulanza?
Si ferma, accarezza i capelli, sorride sornione.
«Ancora no».
Davide si volta e pensa alla prossima mossa.
Qui ogni giorno è un giorno nuovo.
