di Francesca Marruco
Quasi quattro ore di udienza per convincere i giudici di due tesi diverse e opposte: quella della difesa di Emanuele Armeni che punta a dimostrare l’accidentialità dello sparo che ha ucciso Emanuele Lucentini e quella della procura della Repubblica di Spoleto, che invece vuole che i giudici sposino la loro ricostruzione: che vuole Armeni sparare volontariamente a Lucentini.
Armeni presente Armeni, che ha voluto presenziare nonostante il suo legale gli avesse consigliato il contrario, è arrivato scortato da due agenti della peniteziaria senza manette, capo chino e aria dimessa. «Molto provato» dice chi lo aveva visto anche prima che venisse arrestato, in aula ha scelto di restare in silenzio davanti ai giudici.
Riservati Quei giudici, Verola, Semeraro e Cenci, che si sono riservati sulla richiesta di scarcerazione, o in subordine anche sulla sostituzione con i domiciliari, avanzata dall’avvocato Marco Zaccaria, che martedì mattina in udienza ha depositato anche una perizia balistica di parte in cui gli esperti – il documento è firmato da un colonnello dei carabinieri in congedo Giovanni Lombardi, il professore Francesco Saverio Romolo e il dottor Gianni Giulio Vadalà – sostengono che nelle condizioni in cui era l’arma «è sufficiente una pressione accidentale sul grilletto per provocare lo sgancio dell’otturatore e avviare il ciclo di sparo».
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Sparo volontario Tutto il contrario di quello che sostiene il perito balistico della procura, la procura stessa e anche il gip di Spoleto che ha spedito in carcere Armeni, secondo cui la scelta di sparare fu «volontaria» e in nessun caso la M12 S2 spara accidentalmente. Per farlo capire bene ai giudici, in aula l’accusa ha anche proiettato un video in cui un istruttore di tiro, prova a far partire un colpo accidentale da quella M12 S2 ‘armata’ come doveva essere quella tragica mattina. Ebbene, l’istruttore arriva a farsi delle ferite alla mano per provare a far partire il colpo accidentale, ma senza esito. E per ora, il duello accusa difesa, in assenza di altri elementi, si basa sostanzialmente sul funzionamento di quell’arma. Ed è per questo che il pm titolare delle indagini Michela Petrini l’arma sequestrata l’ha anche portata in aula, anche se alla fine non è stata tirata fuori dallo scatolone contenente il corpo del reato. Ma il pm ha risposto punto su punto alla linea difensiva che continua a professare la tesi dell’incidente.
Tesi difensiva «Sulle cause che realmente sono all’origine dell’accadimento – si legge nella perizia balistica di parte della difesa – non abbiamo motivi sostanziali per non credere a quell’attimo di peerdita di equilibrio dichiarato da Armeni, che in ultima analisi ha determinato la fatale pressione sul grilletto». Sono sempre i tre periti di parte ad affermare inoltre: «Che il giorno 16 maggio il suo ( di Armeni, ndr) racconto non sia stato chiarissimo e che l’Armeni non sia riiuscito a riferire con linguaggio appropriato tutti i dettagli richiesti, prevalendo un evidente stato confusionale, è fuor di dubbio, tuttavia non è stato possibile individuare elementi tecnico scientifici che possaano smentire l’autenticità sostanziale della dinamica del fatto, ribadita nell’essenza dall’Armeni in tutte le circostanze».
Imprudenza Anche il suo avvocato, al termine dell’udienza, lo spiega sostenendo che « non si può parlare di volontà». E il legale spiega anche perché «esclude il dolo eventuale». Invece, per Marco Zaccaria «ci sono tutti i presupposti di una colpa cosciente, cioè aver commesso il fatto non voluto per imprudenza o negligenza nella condotta, ma che comunque allontana dalla volontarietà del fatto». A questo punto tocca ai giudici, che hanno tempo fino al sei agosto per decidere, sposare l’una o l’altra tesi e agire di conseguenza. Intanto però le indagini non si fermano: ci sono ancora tanti, troppi punti oscuri da chiarire. A partire da quello più importante: il movente.
