Il pubblico ministero Manuela Comodi (foto F. Troccoli)

di Francesca Marruco

«Io non vorrei essere nei vostri panni quando scriverete la sentenza di assoluzione e dovrete fare finta di non avere immaginato, di non avere intuito, di non aver capito cosa si nasconde dietro quelle chiazze enormi che sono le chiazze provocate dall’inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche». Manuela Comodi non risparmia nulla al collegio presieduto dal giudice Daniele Cenci che dovrà emettere una sentenza sugli imputati del processo sulla presunta appaltopoli delle gare della Provincia di Perugia. La stessa Corte che all’inizio del processo ha dichiarato inammissibili le centinaia e centinaia di intercettazioni in cui gli imputati parlavano degli appalti.

Li avevamo fregati «Se non aveste emesso questa ordinanza – ha detto il pm all’inizio della sua requisitoria -, avreste sentito una storia di disarmante semplicità: con le tante telefonate, la tanta spavalderia derivante dalla convinzione che nessuno avrebbe mai potuto scalfire il loro sistema. Dice infatti un indagato, “nessuno ci può fregare, solo la morte, solo la malattia”. E invece noi li avevamo fregati perché prima o poi la giustizia arriva, tardi ma arriva. Così come è arrivata a Milano. Il sistema è identico: si fanno apparire formalmente regolari le gare (anche se in questo caso ci sono state irregolarità anche formali) ma noi avevamo dimostrato gli accordi illeciti e le tangenti che governavano le assegnazioni pilotate. I fax dimostrano le offerte al ribasso e quelle sicuramente da scartare, avanzate da imprenditori che si piegavano agli ordini per non uscire dal giro. Le telefonate si motivavano da sole e allora quando il presidente del collegio ha letto l’ordinanza, ho pensato che il processo fosse finito. Ho pensato di rinunciare a tutti i testi e chiedere provocatoriamente l’assoluzione di tutti gli imputati, ma questo non mi è consentito, sono un pubblico ufficiale e devo fare il mio lavoro. Poi l’istruttoria ha preso una piega sorprendente e non credo che consentirà di mettere una pietra tombale su tutti gli imputati tanto facilmente».

Revocare l’ordinanza Ed è per questo che il pubblico ministero chiede alla corte di «rivedere la decisione e di revocare quella ordinanza che ha segnato il destino di questo processo», che «almeno inizialmente non è stato un processo ai gravissimi reati contestati e a coloro che li hanno commessi» ma è stato «un processo nel processo o per meglio dire il processo alle fasi precedenti del processo e a coloro che lo hanno istruito».

Il gioco della talpa «Ma non è possibile – attacca il pm – che il tribunale poi non abbia colto tutto quello che di gravissimamente illecito questi imputati hanno fatto. La verità è dura a morire, e per quanto sia stata soffocata per tutto il dibattimento, mi sembrava di giocare alla talpa: schiacciata in continuazione ma ogni volta riemergeva da qualche altra parte. Riemergeva in tutte le testimonianze, in tutti i silenzi, in tutte le menzogne. La verità di questo processo è come gli affreschi che riaffiorano nel loro splendore nonostante siano stati coperti da incrostazioni del tempo».

Le telefonate Comodi va avanti quasi sette ore con una piccola pausa a parlare di quella che il gup Massimo Ricciarelli, che rinviò a giudizio gli odierni imputati, non esitò a definire «mafia». E per farlo, sfida la pazienza del plotone di difensori che siede alla sua destra: i continui rimandi alle intercettazioni non ammesse scatena un mal di pancia diffuso tra le difese che faticano ad evitare mormorii. Manuela  Comodi sa che se c’è un momento in cui forse ancora può provare a portare a casa un risultato, nonostante questo processo sia stato come «una corsa a ostacoli con braccia e gambe legate», è adesso. E allora deve battere il ferro finché è caldo, anche se tecnicamente usa attrezzi non ammessi. Ed è così dunque che accenna alle tante telefonate, di cui sono stati acquisiti solo i tabulati, in cui oltre al numero è indicato anche l’intestatario dell’utenza. «Ma non chi parlava», precisano le difese. E allora la Comodi invita la Corte a riflettere almeno sulla quantità e sulla tempistica delle telefonate ( a ridosso delle gare d’appalto) visto che non possono farlo sul contenuto delle chiamate stesse.

I due interrogatori Il pm però non rinuncia a leggere alcuni degli interrogatori dei piccoli imprenditori che hanno vuotato il sacco. «Ammetto – raccontò uno di loro – quello che finora non ho precisato temendo ripercussioni negative per la mia azienda. Lupini, a inizio 2007, poco prima gara manutenzione sono stato contattato da Lupini che volle parlarmi personalmente. Mi disse che i responsabili della Provincia di Perugia erano intenzionati a fare gara a invito. Mi disse che le aziende invitate avrebbero potuto scegliere una gara e vincerla facendo un ribasso stabilito, versando un obolo a titolo di ringraziamento per chi invitava alle gare. Senza tale ringraziamento non solo non era possibile vincere, ma neanche presentare un’offerta. Ebbi prova di quanto già sospettavo. Sapevo ora che c’era un sistema di controllo, negli anni precedenti la mia impresa era stata di fatto esclusa. Dovetti accettare perché dovevo lavorare, ed era l’unico modo. Quindi poco prima della presentazione delle offerte ho ricevuto da Lupini la predeterminazione ribasso. Gli ho consegnato 5000 euro in contanti, ma non so a chi è andata la somma». E ancora un altro: «Sapendo che in Umbria funzionava cosi, ho dovuto cedere se volevo lavorare. Non so a chi andassero le somme date a Lupini, la percentuale era più o meno del 3 % sull’importo della gara. I manovratori erano i titolari delle quattro imprese principali». Si torna in aula venerdì mattina, con le richieste dell’accusa.

La storia Nel processo sono imputate 44 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere, corruzione, falso e turbativa d’asta.Per l’accusa e per il gup che rinviò a giudizio gli imputati esisteva un «comitato d’affari» composto da imprenditori umbri e dirigenti della Provincia: Lupini Massimo, Carini Carlo, Mariotti Gino, Piselli Paolo, Bico Dino, Maraziti Adriano, Patumi Fabio e Maria Antonietta Barbieri che pilotava e decideva chi doveva aggiudicarsi gli appalti e chi invece no.  «Il Lupini  – scriveva il pubblico ministero Manuela Comodi – gestiva con la Barbieri e i suoi superiori Maraziti e Patumi, l’assegnazione dei lavori pubblici gestiti dalla Provincia, indicando di volta in volta le imprese da invitare alla gara(…) che ricevevano precise indicazioni sulle offerte da formulare e sulle percentuali di ribasso, e quelli che non avrebbero dovuto presentare offerte. Per poi raccogliere presso il vincitore il compenso da distribuire ai funzionari compiacenti».

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.