Appaltopoli, la sentenza. Foto Fabrizio Troccoli

di Francesca Marruco

Esisteva «una vera e propria associazione per delinquere finalizzata alla commissione “seriale” di plurimi reati di corruzione e di turbativa d’asta con Maraziti, Patumi e Barbieri addetti al controllo della indizione delle gare e degli svolgimenti procedimentali connessi e con il privato concorrente (Lupini, in contatto anche con Mariotti) deputato a concertare gli accordi costituenti turbativa d’asta tra gli imprenditori privati interessati a partecipare alle gare della pubblica amministrazione e disposti a pagare, a stabilire le offerte e i ribassi che ciascuno doveva presentare o meno per orientare in un certo senso le gare, il cui esito positivo era in grado di annunciare preventivamente ai futuri vincitori, per poi comunicare il sintetico esito degli accordi alla Barbieri e a Maraziti e Patumi di nuovo presenti nelle commissioni di aggiudicazione delle gare dagli stessi indette e che volevano vittoriosiproprio quei concorrenti cui era stato assicurato il buon esito e che consegnavano somme di denaro al privato che fungeva da “tramite”». E per i giudici Daniele Cenci, Ombretta Paini e Fortunata Volpe, che hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Appaltopoli, esiste «un solido quadro probatorio nei confronti di tutti gli imputati per i quali è intervenuta condanna». Non tutti certo. L’appaltopoli della Provincia di Perugia terminò infatti con 13 condanne e 25 assoluzioni.

Intercettazioni Nessun dubbio però da parte dei giudici di primo grado sull’esistenza di un «sistema di corrutela e turbativa delle gare tra gli imprenditori ed i funzionari che presso la Provincia si occupavano dell’aggiudicazione degli appalti», che hanno in ogni caso assolto un numero alto di persone per assenza di prove. Molte delle quali, si evince dalla lettura delle motivazioni, morte con quelle intercettazioni cassate dal collegio che il pm Manuela Comodi, vorrebbe far riammettere in secondo grado. «Il tribunale – scrivono i giudici – ribadisce convintamente e richiama in maniera integrale l’ordinanza relativa alle intercettazioni, respingendosi le insistite richieste avanzate dal pm e dalle parti civili di revoca della stessa»

Le prove di colpevolezza Per il collegio presiduto da Daniele Cenci, al centro del quadro probatorio che ha portato alla condanna di tre funzionari della Provincia di Perugia e altri dieci imprenditori, c’erano gli interrogatori resi in fase di indagini dei due imprenditori morti durante il processo, Mariotti e Broganelli, che «superano sicuramente il vaglio di attendibilità soggettiva sia intrinseca che estrinseca». «Tali dichirazioni – spiegano i giudici – valgono certamente per Lupini, perché entrambi ne hanno descritto il ruolo di tramite nel sistema di corrutela e turbativa delle gare tra gli imprenditori ed i funzionari che presso la Provincia si occupavano dell’aggiudicazione degli appalti». Inoltre, «Mariotti e Broganelli non sono gli unici imprenditori a parlare della previa ‘programmazione a tavolino’ della individuazione degli imprenditori che, nell’ambito di un sistema corruttivo, avrebbero a turno, vinto le gare d’appalto. Si tratta di Ilario Pelliccia, Corrado Bocci, Fabrizio Mezzasoma, Francesco Pagnotta e Giustiniano Baldelli. Quanto al racconto dell’imputato Maurizio Nanni, che, esaminato in dibattimento, ha ritrattato la piena confessione resa in fase d’indagine, il tribunale giudica le motivazioni inverosimili».

La confessione della Barbieri Ha pesato anche la parziale confessione di Maria Antonietta Barbieri sulle condanne emesse, perché «pur negando la commissione di reati di corruzione a lei ascritti, confessa di avere concorso sistematicamente nella turbativa delle aste. La donna – spiegano i giudici -, in ordine all’individuazione delle ditte da invitare nelle gare a trattativa privata, ha infatti affermato che l’elenco in cui cui erano riportate le ditte non era predisposto dai pubblici funzionari incaricati ma esclusivamente da un privato imprenditore che solitamente lo spediva presso gli uffici della Provincia a mezzo fax o lo comunicava telefonicamente. Tale elenco secondo quanto affermato dalla Barbieri, nel rispetto della procedura, veniva firmato, dal suo dirigente Patumi e dal responsable dell’area Maraziti».

Le condanne Sono state dunque queste testimonianze, insieme ai riscontri effettuati dalla squadra mobile di Marco Chiacchiera, e all’analisi dei provvedimenti amministrativi, a «condurre univocamente» i giudici «nella direzione del necessario coinvolgimento dei funzionari pubblici nel “sistema” da rispettare per “vincere le gare”». Per tutti questi motivi, erano stati condannati: il direttore dell’area viabilità della Provincia di Perugia Adriano Maraziti a 5 anni e 4 mesi di reclusione, il responsabile di settore dell’area affari generali della Provincia Fabio Patumi a 5 anni e l’istruttore amministrativo direttivo dell’ufficio appalti della Provincia Maria Antonietta Barbieri a 4 anni. Accusato di associazione a delinquere anche il direttore tecnico della Seas Massimo Lupini, condannato a 4 anni e 10 mesi. Lucio Gervasi a 3 anni e 10 mesi, due anni e sei mesi a Maurizio Nanni (direttore dell’omonima ditta), due anni e due mesi a Giovanni Rinalducci e Betti Marcello, due anni a Giustiniano Baldelli (amministratore unico dell’Azienda Cogife) e Pagnotta Francesco, un anno e otto mesi a Corrado Bocci (amministratore della Pavi Srl) e Fabrizio Mezzasoma e Ilario Pelliccia, e sei mesi all’ex capo dipartimento dell’Anas Amleto Pasquini. Per quanto riguarda le aziende coinvolte nell’inchiesta invece, il collegio ha assolto la Tecnostrade di Carlo Carini, la Ediltevere e la Costruzioni Edili. Condannate invece la Appalti Lazio al pagamento di una sanzione amministrativa da 10.329 euro e la Seas di quel Massimo Lupini al pagamento di 51.600 euro.

L’associazione per delinquere Maraziti, Patumi, Barbieri e Lupini sono stati anche condannati per associazione a delinquere. «Il tribunale – spiegano i giudici – è consapevole che nessuna prova diretta è entrata nel processo relativamente all’esistenza, alla costituzione e alla operatività della contestata associaizone a delinquere», «non può però trascurarsi- puntualizzano i giudici – che la sistematica reiterazione, che si è ritenuta penalmente provata […]lascia assai ragionevolmente intravedere una situazione che risulta qualificabile come qualcosa di più del semplice concorso di persone in reiterati reati dello stesso genere». E infatti quello che esiste, per i giudici è, «una vera e propria associazione per delinquere finalizzata alla commissione “seriale” di plurimi reati di corruzione e di turbativa d’asta con Maraziti, Patumi e Barbieri addetti al controllo della indizione delle gare e degli svolgimenti procedimentali connessi e con il privato concorrente (Lupini, in contatto anche con Mariotti) deputato a concertare gli accordi costituenti turbativa d’asta tra gli imprenditori privati interessati a partecipare alle gare della pubblica amministrazione e disposti a pagare, a stabilire le offerte e i ribassi che ciascuno doveva presentare o meno per orientare in un certo senso le gare, il cui esito positivo era in grado di annunciare preventivamente ai futuri vincitori, per poi comunicare il sintetico esito degli accordi alla Barbieri e a Maraziti e Patumi di nuovo presenti nelle commissioni di aggiudicazione delle gare dagli stessi indette e che volevano vittoriosiproprio quei concorrenti cui era stato assicurato il buon esito e che consegnavano somme di denaro al privato che fungeva da “tramite”».

Le assoluzioni Dell’associazione a delinquere il pm Comodi, che coordinò le indagini portate avanti dalla sezione crimine organizzata della questura di Perugia diretta dall’attuale capo della squadra mobile Marco Chiacchiera, erano accusati anche l’imprenditore Carlo Carini, Paolo Piselli, Gino Mariotti e Dino Bico. Fatta eccezione per Mariotti, che è deceduto nelle more del processo, gli altri sono stati tutti assolti da una sfilza di contestazioni. Assolti quindi da ogni accusa l’l’ex assessore provinciale alla viabilità Riccardo Fioriti, gli imprenditori Carlo Carini, Mario Fagotti e Paolo Piselli e Dino Bico. Assolti anche Riccardo Pompili, Venera Giallongo, Ettore Marcucci, Silvio Topo, Francesco Commodi, Luigi Sensini, Adriano Gigli, Ermanno Piccionne, Stefano Ricci, Roberto Corbo, i finanzieri Terzoli Carlo Terzoli e Massimo Mazzocchi, Orfeo Brunelli, Marco Bondini, Massimo Mariani, Giampiero Gellini, Brenno Aglini, Alessandro Pecci, Gianfranco Garritano e Gianni Pecci.

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