di Francesca Marruco
Vuoti di memoria e ritrattazioni che potrebbero costare due nuove accuse a due testimoni che lunedì mattina nell’ambito del processo noto col nome di ‘Appaltopoli’ si sono o rimangiati quanto detto in sede di interrogatorio, o corretto il tiro, rispetto a quanto emerse in indagine. Il pubblico ministero Manuela Comodi ha chiesto per entrambi la trasmissione degli atti in procura, per falsa testimonianza l’uno, per calunnia l’altro.
Due versioni In particolare, l’artigiano edile Maurizio Nanni, che nel 2007 venne interrogato quando era agli arresti domiciliari, ha detto: «Ero agli arresti domiciliari e volevo tornare libero. Alcune cose sono false, altre frutto di menzogne. Non è vero neppure, come ho firmato, che ho dato a Lupini 2.500 euro ‘per quelli lassù’». Il sostituto procuratore Manuela Comodi contrattacca: «me lo avevano anticipato che avrebbe ritrattato» dice. E preannuncia per lui una nuova accusa.
Falsa testimonianza Stesso copione per l’enologo Michele Baiocco. «Chiedo la trasmissione del verbale per falsa testimonianza – ha detto il pm Comodi-. Esistono intercettazioni e, se in sede d’appello i giudici saranno di avviso contrario rispetto alla loro utilizzazione, Baiocco risponderebbe di falsa testimonianza». Comodi infatti ha già annunciato il ricorso in appello per la sentenza che emetterà il collegio presieduto dal giudice Daniele Cenci. In particolare Baiocco, ha raccontato di aver lavorato fino al 2010 per l’imputato Carlo Carini, di cui gestiva l’azienda che, secondo quanto emerso, aveva dei «rapporti commerciali» con la società Tecnostrade. Baiocco però non ha saputo spiegare perché una società di appalti acquistasse il vino, dicendo solo che «Carini ne ordinava una decina di casse per le feste natalizie».
Parlavamo di moto Sul banco dei testimoni siede anche il dirigente della provincia Fabio Patumi, che dice di non aver «mai visto fuori dagli uffici» Massimo Lupini della Seas e di non aver «mai ricevuto regali o soldi da imprenditori». Anche se, ha spiegato, era frequente che «molti chiedevano informazioni su future gare da appalto… O informazioni su tecniche di aggiudicazione. Con Lupini principalmente si parlava di motociclismo, una nostra passione comune. A volte c’era una via vai anche fastidioso delle imprese che venivano a lamentarsi dicendo ‘non si vince una gara’».
Le accuse Nel processo sono imputate 44 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere, corruzione, falso e turbativa d’asta.Per l’accusa e per il gup che rinviò a giudizio gli imputati esisteva un «comitato d’affari» composto da imprenditori umbri e dirigenti della Provincia: Lupini Massimo, Carini Carlo, Mariotti Gino, Piselli Paolo, Bico Dino, Maraziti Adriano, Patumi Fabio e Maria Antonietta Barbieri che pilotava e decideva chi doveva aggiudicarsi gli appalti e chi invece no. «Il Lupini – scriveva il pubblico ministero Manuela Comodi – gestiva con la Barbieri e i suoi superiori Maraziti e Patumi, l’assegnazione dei lavori pubblici gestiti dalla Provincia, indicando di volta in volta le imprese da invitare alla gara(…) che ricevevano precise indicazioni sulle offerte da formulare e sulle percentuali di ribasso, e quelli che non avrebbero dovuto presentare offerte. Per poi raccogliere presso il vincitore il compenso da distribuire ai funzionari compiacenti».
