di Elle B.

Si scatenano i social sul caso di Sara Ardizzone, 35enne anarchica morta, si pensa per l’esplosione di un ordigno artigianale al Parco degli Acquedotti di Roma, insieme ad Alessandro Mercogliano, 53 anni, anche lui appartenente a gruppi anarchici. Sul caso indaga la Procura della capitale, mentre sui social si scatena il dibattito: dagli ambienti anarchici frequentati dai due e non, arrivano messaggi di cordoglio, oltre a scritte in via Pievaiola, dietro la stazione di Perugia. Dall’altro lato, arrivano insulti, si parla di tragedia annunciata e addirittura comparazioni con la storia della famiglia nel bosco.

Secondo quanto ricostruito da diverse testate giornalistiche, i due anarchici morti nell’esplosione si sarebbero allontanati da casa senza portare con loro i telefoni cellulari, poi trovati nell’abitazione dei due e sequestrati dagli inquirenti. Un elemento che, secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, viene considerato dagli investigatori come un possibile accorgimento per evitare di essere tracciati.

L’esplosione, ritenuta dagli investigatori accidentale, sarebbe avvenuta mentre i due stavano assemblando un ordigno all’interno di un locale adibito a deposito attrezzi. Gli accertamenti in corso puntano a chiarire la provenienza dei materiali utilizzati e a ricostruire eventuali contatti avuti prima dell’episodio, anche attraverso l’analisi dei dispositivi sequestrati.

Secondo quanto riportato sempre dal CorSera, l’ipotesi al vaglio è quella di un possibile obiettivo legato a infrastrutture pubbliche, con verifiche in corso su eventuali collegamenti con altri ambienti anarchici, anche tra persone detenute. Le indagini si concentrano inoltre sui luoghi frequentati dal gruppo e su possibili basi logistiche. Nelle stesse ore, nel quartiere romano dove i due vivevano, una troupe televisiva è stata aggredita da alcune persone mentre stava effettuando riprese della zona. Gli operatori sono stati medicati e dimessi, mentre sono in corso accertamenti sull’episodio.

Ardizzone aveva vissuto per anni vicino a Sant’Anatolia di Narco, in provincia di Perugia, un paesino di meno di 500 abitanti sul fiume Nera, dove era considerata solitaria e poco conosciuta. Nata a Roma, avrebbe compiuto 36 anni a maggio di quest’anno, aveva frequentato il liceo classico ‘Annibale Mariotti’ di Perugia ed era stata eletta nella consulta degli studenti durante l’anno scolastico 2008/2009.

Si era sposata con l’anarchico spoletino Michele Fabiani ed era coinvolta come il marito in diversi circoli, tra cui il Circolaccio di Spoleto e La Faglia a Foligno. Nel 2021 era stata indagata nell’ambito dell’inchiesta Sibilla, accusata di istigazione a delinquere e danneggiamento di alcune auto delle Poste a Foligno nel 2019. L’inchiesta condotta dalle procure di Perugia e Milano, puntava alla rete di anarchici legati ad Alfredo Cospito – recluso al 41bis nel carcere di Sassari dal 2022 – con particolare attenzione alla rivista anarchica Vetriolo. L’operazione, scattata l’11 ottobre 2021, ha visto l’arresto in carcere di Cospito, gli arresti domiciliari per Fabiani e obblighi di dimora per altri quattro indagati, tra cui Ardizzone. Gli imputati erano accusati di istigazione a delinquere e istigazione all’evasione, aggravate dalla finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico, in relazione alla pubblicazione di Vetriolo, alla diffusione di volantini e a scritte murali.

Il procedimento si è concluso il 15 gennaio 2025, quando il giudice per le indagini preliminari di Perugia ha dichiarato il non luogo a procedere per tutti i dodici imputati, inclusi Cospito e Ardizzone. Il tribunale aveva ritenuto, infatti, i contenuti della rivista Vetriolo espressione di opinioni, non di istigazione diretta a reati. Durante l’udienza preliminare, Ardizzone aveva letto in aula un manifesto, che oggi ha ripreso a circolare sui social – in cui si definiva «nemica di ogni Stato», sostenendo la giustezza della violenza degli oppressi contro l’oppressore. Era attiva in battaglie per il diritto alla casa e si era opposta al 41 bis, definendolo «tortura».

Oggi la sua dichiarazione in aula è ricomparsa sui social, dove è partito il dibattito tra chi manda un ultimo saluto ai compagni di lotte e chi si scaglia duramente contro di loro. Il testo letto in aula da Ardizzone viene additato ora come il segnale che i due avrebbero potuto essere soggetti pericolosi: diversi gli attacchi al giudice che li ha assolti e rimessi in libertà per il caso Sibilla, reo, secondo i commentatori social, di non aver inteso la ‘pericolosità sociale’ tra le parole lette in aula da Ardizzone, etichettandole invece come «libertà di espressione e opinione».

Tra gli insulti ai due anarchici c’è persino chi si mette a fare paralleli con la storia della famiglia del bosco: Sara Ardizzone aveva infatti lavorato per la cooperativa ‘Il Cerchio’ di Spoleto come operatrice sociale. Questo è bastato per fare una connessione tra i due casi in un post pubblicato nel gruppo Facebook ‘Aiutiamo la famiglia che vive nel bosco, Aiutiamo tutti noi’, in cui l’autrice sottolinea come la storia faccia «gelare il sangue» e dovrebbe «far riflettere».

«Se pensiamo a scandali drammatici come la casa famiglia del Bosco, – dice l’autrice nel post – la domanda diventa impossibile da ignorare: quanto possiamo fidarci di chi ha in mano la sicurezza dei più vulnerabili? Questa vicenda è un allarme rosso: il sociale non può essere terreno di leggerezza. La responsabilità, i controlli e la vigilanza devono essere massimi. Perché quando chi dovrebbe proteggere, distrugge famiglie e prepara attentati, la fiducia non è più sufficiente». Il gruppo pubblico porta il logo dei ‘Guerrieri V_V’, movimento di attivisti digitali italiani, attivi principalmente su Telegram e YouTube, noti per le loro posizioni anti-sistema, cospirazioniste e contrarie a vaccini, 5G, pagamenti digitali, cultura “woke”, Nato e politiche ambientali.

Dall’altro lato, gli ambienti anarchici italiani ricordano Ardizzone e Mercogliano con affetto. Tra di loro anche Pasquale Valitutti, 80 anni, conosciuto nell’ambiente come ‘Lello’, che in un’intervista sul Messaggero racconta: «Sono anziano e disabile, sono stato due anni ai domiciliari e Sara e Alessandro non mi hanno mai abbandonato. Venivano a portarmi la spesa, a pulire casa. Erano due persone buone, saperli morti per me è un dolore grandissimo». Valitutti, nell’intervista, racconta di aver conosciuto Sara e Alessandro «tanto tempo fa. Sono stato due anni ai domiciliari (per gli scontri al corteo per Cospito nel 2023 a Torino) e Sara e Alessandro si sono presi cura di me. Venivano a casa, a Cesano, a portarmi la spesa, a fare le pulizie. Ci sono sempre stati e non hanno mai voluto un euro da me».

L’ultima volta che si erano visti, racconta Valitutti al giornalista Luca Monaco, era la domenica prima dell’esplosione: «Sandro è venuto da me a stasare un lavandino che si era otturato. Sara era specializzata in assistenza ai disabili, aveva fatto dei corsi. Con me erano sempre disponibili. Non c’è tanta gente come loro». Valitutti nega inoltre di essere conoscenza delle attività dei due, in particolare la presunta costruzione dell’ordigno artigianale la cui esplosione avrebbe causato la loro morte. «Venivano a curarmi, a cucinarmi, – si legge sul Messaggero – non per altre ragioni. E poi, per esperienza, non credo a quello che ci racconta lo Stato. Troppe volte il potere mente, per questo io non mi fido mai».

Alcuni circoli anarchici hanno diffuso un testo di commemorazione per i due militanti, definendoli «compagni fraterni […] sono morti in azione, sono morti combattendo». Nel comunicato, i circoli ribadiscono il loro principi: «la libertà è una qualità che si sperimenta mettendosi a rischio» e «la guerra sociale non è una recita».

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