di Francesca Marruco
Assolti. Assolti per non aver commesso il fatto. Assolti con la formula più ampia. Assolti perché non hanno nulla a che fare con l’omicidio di Meredith Kercher. Perché non l’hanno sgozzata, non l’hanno violentata e non le hanno rubato telefoni, soldi e carte di credito. Assolti anche per l’accusa di simulazione di reato. Non c’è stato nessun furto simulato per i giudici della Corte d’assise d’Appello di Perugia che stasera hanno fatto agli ex fidanzati il regalo più bello che potevano aspettarsi a questo importante e agognato bivio della loro vita. Amanda Knox è stata ritenuta colpevole per aver calunniato Patrick Lumumba ed è stata condannata a tre anni di reclusione. Entrambi i ragazzi però ne hanno già scontati quasi quattro che in giorni si traduce in 1454. Quindi ne è stata ordinata l’immediata scarcerazione che si è concretizzata neanche due ore dopo dai carceri di Perugia e Terni.
La lettura della sentenza Claudio Pratillo Hellmann, che in mattinata aveva chiesto di evitare tifoserie da stadio, ha iniziato dalla condanna per calunnia di Amanda facendo temere il peggio ai due giovani imputati che simultaneamente hanno esternato il colpo: Amanda ha avuto due forti sussulti, Raffaele ha stretto la mano della Bongiorno. Una manciata di attimi più tardi però è stato pronunciato quel numero, 530, che vuol dire assoluzione. E poi le ultime parole, scarcerazione immediata. Il pianto ha fatto irruzione nell’aula rompendo una tensione che aveva iniziato a sedimentare anni fa. Amanda, che pochi secondi prima della lettura della sentenza, era entrata in aula letteralmente sostenuta dalle guardie della penitenziaria, sembrava quasi non riuscisse a camminare, a respirare, è scoppiata in un pianto dirompente, che le ha tolto l’equilibrio. Raffaele, più pudico come sempre nei suoi comportamenti, ha gioito in maniera diversa, ha stretto i pugni, ha abbracciato i suoi legali e gli ha detto grazie. Ma lo ha fatto tremando. Neanche il tempo di guardare in faccia i genitori che i due giovani sono stati portati via dalle guardie della penitenziaria alla volta degli istituti carcerari. Che da lunedì 3 ottobre si trasformeranno per loro solo dei bruttissimi ricordi.
Le prime parole da liberi «Ho sopportato l’insopportabile. Ora voglio solo ritornare a casa dalla mia mia famiglia, tornare in possesso della mia vita e riconquistare la mia felicità». Lo ha detto Amanda Knox a Carlo Maria Daclon, il segretario della Fondazione Italia Usa che l’ha portata fuori dal carcere di Capanne a bordo di una Mercedes blu con i vetri oscurati, preceduta e seguita da altre automobili. Non è chiaro se Amanda sia in viaggio per Roma dove dormirà in un albergo e da dove domani mattina prenderà un aereo per volare a casa negli Stati Uniti o se, come sostengono altri, sia in un agriturismo fuori Perugia. «Voglio andare a vedere il mare», è stata invece la prima richiesta che Raffaele Sollecito ha fatto appena uscito dal carcere di Terni. «Era molto scosso – ha spiegato l’avvocato Luca Maori – e non riusciva a mettere nemmeno il piede oltre il cancello». Pochi minuti dopo Raffaele stesso ha dichiarato: «Finalmente mi sono riappropriato della mia vita. Amanda? Forse la rivedrò, ma ora ho solo voglia di stare con la mia famiglia». Sia a Perugia che a Terni, i detenuti dei due istituti penitenziari hanno esultato alla notizia dell’assoluzione. Tifo da stadio a Perugia all’arrivo di Amanda e applausi a Terni alla lettura della sentenza. Di gioia in gioia.
La rabbia della piazza Invece la piazza ha reagito con rabbia: davanti al tribunale di Perugia centinaia di persone hanno gridato «Vergogna» all’uscita dei legali e dei familiari dei ragazzi assolti.
La gioia dei Knox e Sollecito e la solitudine dei Kercher Quella incontenibile dei parenti dei due ragazzi, aveva provato a irrompere in aula durante la lettura del dispositivo alla parola assolti, ma il presidente ha richiamato all’ordine. Solo pochi attimi. Poi il caos di abbracci, baci, lacrime e risa. Almeno in una parte dell’aula degli Affreschi. Nell’altra, i familiari di Meredith Kercher, sono rimasti attoniti. Non si sono mai girati in quei pochi ma lunghissimi attimi verso i Knox e i Sollecito. Non hanno compreso la decisione della Corte, anche se la rispettano. Non hanno compreso perché chi era stato giudicato colpevole di avergli portato via in quel modo brutale la loro Mez è stato assolto, con la formula più ampia. Per loro ancora solitudine e tanti dolorosi interrogativi senza risposta.
L’attesa in carcere Amanda e Raffaele avevano aspettato questo momento con ansia e terrore, speranza e fiducia. Le ultime ore le hanno passate nel carcere perugino di Capanne, in cui Amanda Knox ha trascorso gli ultimi quattro anni della sua vita. Raffaele è stato portato lì lunedì per attendere la lettura della sentenza.I due sono stati riportati in tribunale intorno alle 20.35 su due cellulari della polizia penitenziaria con le tendine tirate per evitare ai tanti giornalisti di scrutare all’interno dei mezzi. Tanta la gente che è affluita in piazza Matteotti tra i vari palchi istituiti dalle emittenti televisive per le dirette. Alcune persone si sono affacciate alle finestre che danno sull’ingresso del palazzo di giustizia. Gli ex fidanzati, condannati in primo grado a 26 e 25 anni di carcere per l’omicidio di Meredith Kercher, si erano sempre dichiarati estranei all’omicidio di Meredith Kercher.
Raffaele «Era il primo fine settimana che trascorrevamo insieme – aveva detto Raffaele ai giudici della corte prima della camera di consiglio – volevamo solo passare una serata a farci coccole e tenerezze. Niente di più. Non ho mai fatto del male a nessuno. Mai nella vita. Ho sempre pensato che si sarebbe chiarito tutto nel giro di poco. Così non è stato. Ho dovuto sopportare giorno per giorno, come se vivessi in un incubo dal quale però non esiste risveglio». Alle parole di Raffaele, teso ed emozionato, che ha chiesto scusa un paio di volte ai giudici prima di iniziare a parlare, aveva fatto eco Amanda Knox, ancor più emozionata di Raffaele. Con le lacrime agli occhi e la voce rotta aveva chiesto di poter tornare a casa.
Le parole di Amanda «Ho perso un’amica nel modo più brutale e inspiegabile possibile» aveva detto la Knox all’inizio del suo intervento. «È stata tradita la mia fiducia nella polizia. Ho subito accuse ingiuste e senza fondamento. Sto pagando con la mia vita per colpe che non ho commesso. Meredith è stata uccisa nella nostra casa – ha aggiunto – e se io fossi stata là quella sera sarei morta come lei. Ma io non c’ero. Ero da Raffaele. La notte del 5-6 novembre, quella dell’arresto, non sono stata solo pressata. Sono stata manipolata. Io non sono quella che dicono, la perversione, la violenza. Non ho ucciso, non ho violentato, non ho rubato. Non ero là. Non ero presente a questo crimine. Condividevo la mia vita soprattutto con Meredith, eravamo amiche e lei si preoccupava per me quando andavo al lavoro. Voglio tornare a casa – aveva ripetuto Amanda con la voce rotta dal pianto -, voglio tornare alla mia vita. Non voglio essere punita per qualcosa che non ho fatto. Io sono innocente. Raffaele è innocente. Noi meritiamo la verità».
La richiesta di giustizia dei Kercher Da un’altra parte della città invece, qualche ora dopo, la famiglia di Meredith aveva chiesto giustizia per la loro figlia e sorella ammazzata barbaramente nella villetta vicino all’Università per Stranieri in cui viveva nel capoluogo umbro. «Meredith non meritava questo, nessuno merita questo» aveva detto la sorella Stephanie in lacrime.
L’ultima sera a Perugia Di lacrime in questa insolitamente calda serata perugina ne sono uscite parecchie. Di gioia. Di dolore. Di liberazione. E insieme ai protagonisti di questa triste storia il mondo si divide. C’è chi gioisce per Amanda e Raffaele e chi grida allo scandalo. Chi ha sempre fatto il tifo per loro e chi li vorrebbe ancora dietro le sbarre. Loro intanto hanno salutato Perugia e vanno incontro alla loro nuova vita. Meredith, sepolta da quasi quattro anni in un cimitero vicino alla casa in cui viveva con i suoi genitori chiede giustizia e verità. Che forse nessuno potrà mai più darle.

