A diciotto anni dall’omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia la notte del 1° novembre 2007, il caso torna al centro dell’attenzione. Le dichiarazioni di Giuliano Mignini, il magistrato che all’epoca coordinò le indagini, hanno riaperto il dibattito su una possibile pista rimasta ai margini: quella di un uomo mai identificato, che secondo una fonte rimasta in silenzio per quasi due decenni sarebbe fuggito all’estero pochi giorni dopo il delitto.
L’ex pubblico ministero, oggi in pensione, ha riferito questa informazione alla procura di Perugia, che tuttavia non ha ritenuto di riaprire il fascicolo. Le sue parole, raccolte in diversi passaggi negli ultimi due anni, tracciano un percorso preciso delle informazioni emerse e della gestione dell’inchiesta.
Già nel marzo 2025, Mignini aveva dichiarato che le sue valutazioni restavano quelle formulate nel 2011, sottolineando di aver ricevuto negli anni informazioni rilevanti sulle indagini, ma di averle conservate fino a quel momento. Successivamente, il 31 ottobre 2025, in un’intervista a La Stampa, ha precisato che una fonte ritenuta affidabile gli aveva segnalato il nome di un uomo mai considerato dalle indagini, che avrebbe lasciato il Paese pochi giorni dopo il delitto. L’ex pm ha spiegato di aver trasmesso questa informazione alla procura di Perugia, senza che però venisse deciso di riaprire il fascicolo.
Nei giorni successivi, la notizia è stata rilanciata da altre testate, tra cui Libero Quotidiano, che ha riportato le affermazioni di Mignini sottolineando come la vicenda non fosse del tutto chiusa. Le dichiarazioni di Mignini fanno così emergere la possibilità che, a distanza di quasi due decenni, alcuni elementi dell’indagine originale — in particolare la presenza di un uomo non identificato sulla scena del delitto — non siano stati esplorati fino in fondo.
In passato, già nell’aprile del 2024, Mignini aveva rilasciato osservazioni più generiche sulle indagini, affermando che «forse bisogna riflettere sui processi che hanno lasciato qualcosa d’incompleto» e che sarebbe stato necessario «mettere la parola fine» alla vicenda Kercher. Tuttavia, quelle dichiarazioni non contenevano nomi o dettagli concreti sulla presenza di un secondo uomo.
Con la nuova rivelazione del 2025, la vicenda torna dunque a sollevare interrogativi sui punti rimasti in ombra, mentre la procura di Perugia, almeno fino a oggi, non ha avviato ulteriori accertamenti formali sulla pista indicata dall’ex pm
Sulle parole di Mignini è intervenuto con toni duri l’avvocato Luca Maori, difensore storico di Raffaele Sollecito, assolto in via definitiva insieme ad Amanda Knox dopo anni di processi e contrappesi giudiziari. «Una grave carenza, che classifico tra colpa grave e dolo. Quale? Quella di non aver mai analizzato lo sperma trovato accanto al cadavere di Meredith», ha dichiarato al Messaggero Umbria, in una intervista di Egle Priolo.
Secondo il legale, quella traccia biologica — individuata su un lenzuolo e su una federa vicini al corpo della vittima — avrebbe potuto fornire elementi decisivi per chiarire la presenza di un secondo uomo sulla scena del crimine. «Il pm Mignini avrebbe dovuto disporre gli accertamenti su quella macchia spermatica e invece non l’ha fatto. È una sua colpa e una grave mancanza. In un delitto a sfondo sessuale, c’è una traccia di sperma e non si approfondisce? Davvero assurdo», ha aggiunto.
L’avvocato ha inoltre spiegato che la sostanza era “fresca” e non poteva essere ricondotta al fidanzato di Meredith, che nei giorni del delitto si trovava ad Ancona. «Si è attaccato alle scarpe, era fresco. Il ragazzo di Meredith in quei giorni era ad Ancona per le feste. Non poteva essere suo», ha precisato Maori, ricordando come la difesa avesse già indicato, durante il processo d’appello a Firenze, la possibile presenza di un secondo soggetto maschile insieme a Rudy Guede, unico condannato in via definitiva.
Il riferimento al “quarto uomo” riporta così l’attenzione su un punto rimasto in ombra per quasi due decenni. «Chi ha fatto le indagini lo aveva potenzialmente tra le mani. Bastava fare degli accertamenti che non furono fatti», ha detto ancora Maori.
L’avvocato ha poi richiamato altri presunti errori investigativi. «Le impronte della scarpa Nike che fino al 2008 sono state attribuite a Sollecito erano diverse dalle sue. Raffaele le aveva con dodici cerchi concentrici, quelle sul luogo del delitto erano con undici. Un errore enorme che però ha portato all’ordinanza di custodia cautelare», ha ricordato.
Quanto alle impronte di piedi nudi esaltate con il luminol, «furono attribuite a Raffaele, ma gli investigatori hanno dimenticato un difetto congenito: ha un dito del piede rialzato e poggia solo quattro dita, mentre lì ce n’erano cinque. Un grossissimo errore».
Secondo Maori, l’inchiesta sarebbe stata condizionata fin dall’inizio da una «fissazione» per la coppia Knox–Sollecito. «Perché alle 12 del 6 novembre, quattro giorni dopo la scoperta dell’omicidio, in conferenza stampa è stato detto che i colpevoli — compreso Patrick Lumumba — erano in carcere e che “giustizia è fatta”. Da lì non ci si poteva più spostare».
